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Menfi, cronache di fatti e di uomini PDF Stampa E-mail
Scritto da Rocco Riportella   
lunedì 17 marzo 2008
Il Signor Rocco Riportella, autore di libri, già conosciuto dai nostri lettori,  ci onora della sua presenza con l’ultimo suo lavoro: Menfi, cronache di uomini e di fatti
Tratta, con dovizia di particolari inediti, le dinamiche socio economiche e culturali della Comunità nel XIX e XX secolo, arricchendolo con documenti fotografici e storici di grande rilievo.
L’opera è costituita da otto corposi capitoli:
– Contado e Contadini- Terra feudale dei Pignatelli 
II – L’Ottocento borbonico, borghese e proletario
III – Giuseppe Volpe e la Cooperativa Agricola “Napoleone Colajanni”
IV – Il Consorzio Basso Belice e la Cantina Settesoli
V – L’Ottocento risorgimentale e Colto
VI – Il Novecento: fra guerre, Fascismo, fatti e fattacci
VII – La Casa, il Cortile, il Quartiere
VIII – La Libera Muratoria a Menfi
Con il permesso dell’autore, ci accingiamo a pubblicare questo libro a puntate a partire dal 7 di aprile, ogni settimana nel settore Cultura e Scienza di questo giornale.
 Lo stesso autore  spiegherà le ragioni di questo sforzo letterario.
(l'Editore) 
Premessa
La disponibilità di nuovi documenti e fonti della memoria, il bisogno di eludere l’oblìo del tempo e consegnare alle giovani generazioni notizie altrimenti perdute della propria Città, mi hanno indotto a raccogliere in questo breve lavoro fatti cui ho dato veste cronologica e sintesi storica.
Ho scelto l’argomentare a tema ed ho inserito gli avvenimenti storici e le figure della nostra Comunità nel quadro più ampio della grande storia nazionale e regionale, per esaltare fatti e circostanze locali, e per focalizzare meglio gli argomenti medesimi.
La documentazione fotografica mi ha aiutato ad integrare più compiutamente gli argomenti e le figure.
La formazione del contado e l’umanizzazione di esso, la partecipazione sia pur modesta ma viva agli avvenimenti carbonari prima e risorgimentali poi, il fervore dell’età romantica formativa dell’intellighenzia di fine Ottocento-Novecento, le tristi esperienze delle guerre e gli slanci socio-economici e politici degli anni ’50, tutti nel loro complesso volgere, meritavano una qualche visitazione storica con l’occhio della sintesi unitaria e nell’ambito unificante del paradigma uomo-terra : paradigma che ritengo essere stato formativo d’ogni aspetto della vita locale.
   Poiché ha costituito e costituisce una presenza importante per la vita pubblica e privata della Comunità, l’argomento della Massoneria mi è parso non trascurabile sotto il profilo culturale ed etico, e perciò degno di essere illustrato sotto il profilo della strutturazione generale delle Istituzioni con riferimento alla realtà locale.
Sono oltre cinquant’anni ( ma decolla nel 1922 ) che i Massoni operano ( oggi con tre Logge ) in Menfi : esotericamente e ritualmente presenti nelle loro Officine, ma anche nella vita pubblica, ove non risultano riscontri negativi, registrandosi anche esempi di comportamenti edificanti.
Ho ritenuto opportuno descrivere principi generali, ritualità, contenuti formali e sostanziali che circondano Esse Istituzioni esoteriche, per sgombrare il campo da pregiudizi e disinformazioni di cui l’argomento è sovente oggetto.   
Ritengo necessario precisare che  tutto quanto si contiene sull’argomento libero-muratorio nel presente lavoro, è estratto da fonti scritte ed improntato al rispetto assoluto per le legittime scelte degli appartenenti.
La trattazione sulla casa, il cortile ed il quartiere, infine, ubbidisce al mio bisogno di sottolinearne l’importanza sia in quanto strutture dell’urbanistica,  ma anche e soprattutto quali elementi ricchi di contenuti umani.
L’Autore

  MENFI
 Dinamiche socio-economiche e culturali
della Comunità nel   XIX  e  XX   secolo

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Rocco Riportella
 
 
Cap. I
 
CONTADO   E    CONTADINI

La terra   feudale   dei   Pignatelli
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   Nessun altro elemento, come la terra, identifica tanto bene -sotto ogni profilo- la Comunità di Menfi: la terra é stata la ragione ed il portato sia delle sue origini che della sua stessa esistenza.
    Vero è che sono le risorse offerte dal territorio ove si insediano le comunità ad orientarne e determinarne  il futuro, ma del Contado dei Pignatelli quella di Menfi in particolare non è stata e non resta solamente una risorsa economica, qui la terra è “ideale e sogno, sintesi esistenziale e ragione di sviluppo”, e, in una visione antropologica, il rapporto tra contadino e contado è assoluto, patriarcale.
    Il vincolo alla terra rese il contadino definitivamente stanziale fin dal neolitico: egli, la famiglia, il clan, non possono spostarsi, nella terra mettono radici che ad essa lo legano per sempre; il contadino così  non nasce libero ed  il suo orizzonte anche culturale sta nel legame perenne, ineluttabile con la terra.
    In tre secoli e più, la terra entra nell’anima della nostra gente e diviene spiegazione e sintesi di molta parte della storia della Comunità, ne forgia il carattere, la cultura, le tendenze.
    Per amore cronologico diciamo che: Carlo Tagliavia Aragona era stato investito della Contea di Castelvetrano e delle Baronie di Pietra Belìce e Burgio Melluso l’11 settembre 1549 e ne venne confermato il 22 dicembre 1557; per investitura del 12 gennaio 1606 la Contea di Burgetto passa a  Giovanni Aragona Tagliavia Pignatelli che la trasferisce per successione, il 23 aprile 1624, a Don Diego Aragona Tagliavia Pignatelli.
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E’ stato Don Diego ad incaricare il proprio Governatore e Capitano d’Armi della Terra di Menfi, Giuseppe Maggio fu Giovanni Francesco da Castelvetrano, affinché con atti pubblici del Notaio Andrea Gerbino da Castelvetrano, dal 22 luglio al 10 agosto 1638, colonizzasse 75 salme di terreno del feudo Fiori offrendo appezzamenti, con le  analoghe franchigie d’affittanza quinquennale già concesse alla Comunità di Castelvetrano e con dilazione di pagamento dei debiti per otto anni -privilegio questo riottenuto dal Vicerè il 15 settembre 1638-: l’affitto é condizionato dall’obbligo per l’affittuario di costruire nell’appezzamento un’abitazione di 5,16 m. ove risiedere per sempre e, perciò, senza possibilità di trasferimento altrove.
    L’iniziativa ha successo, tant’è che nel censimento indetto da Filippo IV nel 1651 il Contado registra 168 case e 576 contadini: questo evento colonizzatorio certifica l’atto di nascita della seicentesca Menfi.
   Così, la Comunità di Menfrici, ex Contea di Burgetto, Baronìa feudale di Burgio Milluso e di Belìce, formatasi per immigrazione di manovalanza contadina dai centri viciniori (Partanna, Alcamo, Sambuca, Santa Ninfa, Sciacca), spinta -nel XVII sec- dal miraggio di migliori condizioni di vita, accetta l’assegnazione delle terre dei  Tagliavia Aragona, s'insedia su un angolino del Feudo Fiori e vi avvia il proprio lento, inesorabile destino.
    Sentì altresì il Principe il bisogno di demolire gran parte del Castello medioevale lasciandone la sola torre (distrutta dal sisma del ‘68) alla quale addossò il palazzo baronale quale presenza materiale della Sua autorità; dal portone del Palazzo parte una spaziosa e dritta strada (attuale via Garibaldi) ai margini della quale si costruiscono le case dei coloni. (da “Notizie storiche della Famiglia Tagliavia”, F.Tagliavia Sciacca, pag.927.7)
    Tale politica di popolamento, in vero promossa dai Baroni di tutta la Sicilia, é condivisa dalla Corona spagnola soprattutto in quanto aumenta, con la produzione granaria ed il gettito della tassazione relativa, il proprio prestigio, quieta le masse contadine decimate e stanche delle guerre, e li stabilizza su territori fertilizzabili e perciò di buona prospettiva politica.
    L’operazione dell’affittanza voluta da Don Diego, in verità, rientra nella generale tendenza del tempo in cui era invalso l’uso della gestione imprenditoriale di grandi feudi, ma non solamente da parte di grandi feudatari ma anche di giuristi, banchieri, mercanti, burocrati; riportiamo un brano da “Baronie e popolo nella Sicilia del grano” , di Oreste Cancila, pag.175: "Interamente costituite da siciliani sembrano le società dei gabelloti che avevano a capo il noto Don Carlo D’Aragona.
    Alla base del comportamento del Duca di Aragona ci sono precisi calcoli economici e criteri di organizzazione che oggi ci fuggono, perché egli non esitava a cedere ad altri alcune sue baronie (Borgetto e Belice ai genovesi Pier Gregorio Lomellino nel 1573-75 e G.B. Giustiniani nel 1576-81 o a Giorgio Tagliavia nel 1584) e contemporaneamente entrava in compagnia per l’affitto di fondi del territorio di Corleone ove mandava a pascolare i suoi cavalli per alcuni periodi dell’anno, o per l’affitto d’intere grandi baronie  come Mazzarino (la sua quota equivaleva 11,5 carati), in società con un mercante nobilitato di Messina dal 1573-74 al 1575-76, o Partanna, in società con un mercante di Castelvetrano e il citato Giorgio Tagliavia dal 1568-69 al 1579-80, con l’interruzione di un anno”.
    Procedendo a grandi linee, passo oltre, proseguendo nella narrazione delle vicende della prima Menfi.
    Nel primo Settecento, le alterne vicende del quadro politico europeo nel quale è trascinata la Sicilia non incidono sulla vita di Borgetto, inserita stabilmente nel sistema socio-economico creato dal baronaggio isolano cui appartiene la potente e prestigiosa famiglia aragonese dei Pignatelli che, nel frattempo, aveva ereditato, col Principato di Castelvetrano, la Baronìa del Belìce.
    In tale veste i Pignatelli gestiscono per circa due secoli il potere politico, economico e fiscale, amministrano  la giustizia civile e penale delle Comunità loro suddite; della Sicilia soggetta a questo sistema sociale solo i ricchi mercanti, i magistrati, gli avvocati ed i facoltosi gabelloti ne erano fuori controllo.
   Tra il 1739 ed il 1747 sono concessi in enfiteusi più vaste estensioni di terreni dei Feudi Cinquanta, Cavarretto, Gurra, Feudotto, Torrenuova e Finocchio; aumenta così la presenza di nuove famiglie contadine, decolla il ceto di coltivatori piccoli-proprietari, si forma un primo nucleo di borghesia terriera: nel censimento del 1748 la popolazione conta 2.896 anime e 1.282 abitazioni.
    E' l'incontro positivo di due “volontà”: quella del Principe interessato a conseguire maggiori entrate e mettere a frutto terreni incolti, l'altra dei nuovi e vecchi diseredati disposti all'avventura della piccola imprenditoria agricola (affitto, colonìa, enfiteusi).
   Al portato agricolo si affiancano artigiani, commercianti, impiegati e professionisti le cui attività e redditi  sono legati e dipendenti dall’economia agricola.
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La terra, l'asino, la casa, la moglie, i figli sono le conquiste del contadino nel settecento menfitano, il sole ne cronometra la vita e la giornata lavorativa, il ciclo agricolo regola il ritmo delle stagioni e delle fatiche: aratura a chiodo, semina del frumento, orzo, coltura dell’ulivo, della vigna ad alberello, del mandorlo, del carrubo, del sommacco, delle fibre vegetali, degli ortaggi e della frutta, dei raccolti stagionali da vendere o da scambiare (il baratto e/o i pagamenti in natura è una  pratica assai diffusa e duratura).
    A fine Settecento la popolazione della Terra di Memphis conta 6136 persone, la maggior parte delle quali costituisce il bracciantato e la piccola-colonìa.
   Questi ultimi s’insediano per brevi periodi  su piccoli appezzamenti dai quali ricavano un reddito tanto insufficiente da integrare condizioni di nera miseria: fonti notarili della fine ‘700-inizi ‘800, evidenziano:
    a) - il frequente trasferimento del piccolo colono da un appezzamento all’altro (da un lotto all'altro);
    b) - il ricorso al prestito, a tasso da usura .
Ciò prova sia la scarsa resa agraria dell’affittanza vieppiù appesantita da una vessatoria tassazione governativa, sia la mancanza di una prospettiva di crescita.
   Si comprende bene come nulla fosse, in tale fattispecie, la concreta speranza di acquisire in proprietà l’appezzamento così precariamente condotto.
    Questi fittavoli non radicati alla terra, costituiranno in  buona sostanza la classe bracciantile fino ai primi del Novecento.
  Solo coloro che, invece, stabiliranno un rapporto permanente con la terra assunta in affitto riusciranno persino ad acquisirla, divenendone nel tempo proprietari.
    E' il premio al coraggio dello spirito imprenditoriale ed alla tenacia che, in verità crescente nell’Ottocento, concorrerà a formare la classe economicamente dominante nella Comunità  menfitana, unitamente a nuovi imprenditori esterni che assumeranno ampie estensioni per nuovi impianti mas- simamente di carattere cerealicolo.
    Questa forma d’imprenditorialità agraria, inizialmente timida e circoscritta, assumerà tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento sempre più carattere dominante sotto il profilo economico e sociale : coloro che prendono sempre più vaste affittanze trovano mercati incoraggianti dei prodotti primari e trasformati della terra, (sorgono mulini, pastifici, palmenti), talché i ricavi incoraggiano nuovi investimenti fino a determinare piccoli e medi latifondi che impiegano manovalanza sia fissa che stagionale.
    Quella dei grandi e medi fittavoli costituisce la classe dominante, quella dei braccianti la classe subalterna; il baronaggio nel nostro caso é rappresentato –e non é poco- dal grande feudo dei Pignatelli, dei Varvaro, dei Bivona etc. ove si riversano grandi masse di lavoratori manuali della terra.
    Quest’aspetto socio-economico dell’Ottocento merita un’analisi più dettagliata.    
Cap. II
L'Ottocento borbonico, borghese e proletario

Gli anzidetti aspetti socio-economici della ruralità locale della fine del '700-primo '800  si comprendono meglio se inquadrati nel contesto dei complessi eventi politici della Sicilia borbonica di Ferdinando I, neo re delle due Sicilie dal 1799.
A restaurazione monarchica avvenuta, dopo i moti napoletani, i decreti del 1817 e del 1818 mutano radicalmente l'assetto della struttura sociale, economica, amministrativa e giudiziaria che nell'Isola si era consolidata nel tempo, producendo :
a)- cambiamenti nell’organizzazione amministrativa del territorio (abolizione della ripartizione in tre Valli della Sicilia ed istituzione di sette province ciascuna amministrata da un Intendente, istituzione del Distretto con un Sottointendente e del comune con un Decurionato ed il Sindaco, in sostituzione dei Giurati); tutto ciò, complica la relativa semplicità del precedente assetto e crea una pletora di impiegati, visti ora come strumento di dispotismo e come divoratori del pubblico denaro;
b)- modificazioni in senso intransigente del sistema giudiziario coi nuovi codici destinati ad agire su una realtà sociale impregnata di feudalesimo;
c)- nuova fiscalità statale e locale che s'aggiunge sia ai legati della Chiesa locale e alle decime alla Curia, che alla pregressa tassazione (nel 1810 tra le città tassate di 60mila once annuali sulla rendita, c'é anche Menfi);
d)- più capillari controlli polizieschi del territorio e degli abitanti che doppiano quelli della Milizia Urbana, detti “Soprannumerari” o “Provvisionati”;
e)- l’introduzione della leva obbligatoria che colpisce e stravolge in Sicilia abitudini sociali secolari, toglie utili braccia alla terra, istiga alla renitenza ed incoraggia al brigantaggio (agitazioni si verificano in Palermo, Sciacca, Castroreale, Termini Imerese);
f)- pessimismo dell'imprenditoria isolana per il venir meno dell'apporto economico relativo alla presenza degli inglesi ( che abbandonano l’Isola) ed alla conseguente chiusura di quel mercato ai prodotti isolani;
g)- diffuso malcontento sia per l'abolizione della costituzione del 1812 che il Parlamento siciliano aveva ispirato a tradizioni di tipo inglese, che per il ripristino di quei privilegi  feudali spazzati via dalle leggi del 1813;
h)- riduzione drastica della domanda di derrate alimentari per la generale crisi determinata dalle incertezze economiche subentrate ai nuovi assetti politici europei voluti  dal Congresso di Vienna (1814). Nel 1820 una salma di grano, pagata nel '13 fra 8 e 10 once, é crollata a 2 – 3 once, mentre ferme restano le misure dei balzelli imposti prima della restaurazione borbonica;
i)- diminuzione, conseguente, del valore delle terre e sconvolgimento delle affittanze agrarie che coinvolge in una profonda crisi le classi sociali dei gabelloti e dei braccianti; peraltro, la produzione di grano nel latifondo decade a tal punto da aver bisogno della “protezione governativa”, e malgrado ciò non si produce cibo a sufficienza per gli stessi siciliani : un cattivo raccolto può  facilmente significare morte per fame e dare origine a rivolte contadine.
Sono questi i motivi di fondo che creeranno le condizioni sociali per i moti del 1820, e che a Menfi (e non solo) si manifestaranno -come vedremo- sia verso la municipalità che verso alcune ricche Case di privati cittadini.
Il fallimento della politica borbonica trova verifica persino nell’emigrazione di decine di migliaia di siciliani per Napoli, sede del Borbone ed odiata rivale della negletta Palermo, e per altre località del sud peninsulare.
Tutto, insomma, concorre a determinare un profondo distacco popolare dalla Monarchia e dalla ricca borghesia rurale, e non rinsalda per giunta i legami della stessa col baronaggio feudale, con le corporazioni e le maestranze artigiane che intanto si vanno lentamente formando.
Interposto questo necessario quadro politico della Sicilia del primo Ottocento, torniamo alla nostre vicende locali.
A Menfi, l’800 consolida e sviluppa nell’enfiteusi il rapporto uomo-terra, nel senso che tale contratto antropizza più stabilmente il Contado, agevola una migliore prospettiva e concreta “la speranza di proprietà”; però le riforme del quinquennio 1816-1820 volute dal restaurato Borbone, se non turbano la media borghesia terriera che all'enfiteusi accede volentieri, creano incertezza  nel mercato dell’affittanza,  attenuando fortemente il diffondersi della stessa prassi dell’affitto specie fra le classi della piccola imprenditorialità.
I gangli del potere amministrativo sia pubblico che privato, sono saldamente tenuti dalla borghesia terriera locale i cui sistemi gestionali non danno l’idea dell’avvenuta abolizione del feudalesimo (tentata dalla Costituzione del 1812 ); a Menfi i meccanismi economici della produzione restano in buona sostanza quelli di fine Settecento:
-l’affittanza é scoraggiata da usanze assurde, ancorata cam’é a sistemi sempre più sconvenienti, quali i diritti promiscui (su una stessa terra si hanno titolari di diritti diversi, cioé un padrone della terra, un padrone degli alberi, un padrone del pascolo, un padrone della legna etc), i diritti angarici (prestazioni di carattere personale), i diritti ai carnaggi (percentuali sui prodotti: legna, formaggi, frutta etc.), i diritti di zagato (obbligo di vendere tutti i generi alimentari ad una taverna autorizzata e controllata);
-la produzione é appesantita da balzelli e dazi sul macinato, sulla macellazione, sui vini mosto etc.
Dai dati catastali ancora del 1847 alla voce terreni, risulta iscritto il reddito imponibile di once 71383,47 su complessive ha 6168,9245 di terreno censito; alla voce fondi urbani il reddito imponibile è di once 16.284,80 : parametri di base impositoria dai quali ne deduce una pesante pressione  fiscale!
L’amministrazione dei feudi Pignatelli, dal canto suo, diretta da incaricati vincolati alla difesa della proprietà signorile, coadiuvati da una moltitudine di impiegati e campieri sovrastanti sia i raccolti che le riscossioni periodiche, non risulta usasse accordare dilazioni di pagamento, ma non pare d’altro canto - avesse elevato esageratamente i prezzi delle affittanze anche se queste continuano ad essere frequentemente abbandonate o cedute.
Quella dei Pignatelli é una politica economica accorta : pur orientata a conseguire sempre maggiori ricavi dalle cessioni agrarie, sa eludere la generale crisi in cui erano cadute le affittanze dei baroni siciliani, i quali avevano invece indiscriminatamente elevato i prezzi sia dei nuovi che dei vecchi contratti: i Pignatelli compensano la crisi economica ricorrendo a più estese nuove concessioni enfiteutiche con gabelle “accessibili”.
In tale contesto socio-economico, uno strumento di soccorso volto ad alleviare i bisogni pratici del piccolo colono è il Monte frumentario che, in funzione già dal 1813 (ASC Cat.II fasc.25) e fino a fine secolo, presta grano a prezzo politico consentendo così di ovviare ai magri raccolti e di assicurare le sementi utili al ciclo produttivo.
Nel 1851 vengono assegnate le terre dei feudi di Bertolino sottano, soprano e Santa Caterina, in aggiunta al già assegnato feudo di Feudotto, Cinquanta, Cavarretto, Gurra, Terranova e Finocchio del 1723-92, sicché l’Agro si estende fino a 6200 salme circa ed è coltivato quasi integralmente a grano, orzo, olivo, cotone, mandorlo, vigna, sommacco, carrubo, legname ed ortaggi, (le terre incolte sono pascolative e le aree circostanti l’abitato sono occupate da numerosi orti e da norie fino all’ultimo dopo guerra): presto il raccolto annuo complessivo supera il fabbisogno locale, per cui s’aprono al surplus mercati esterni; la endemica palma nana è una misera risorsa aggiunta ma è ancora una risorsa per le decine di famiglie più emarginate.
    Il rilevamento demografico del 1852  fa registrare 9.541 abitanti a Menfi, costituente una massa caratterizzata e legata direttamente o indirettamente esclusivamente alla terra ed ai suoi valori etici e materiali!
Tale incremento, riprova la validità dei meccanismi contrattuali (affitto ed enfiteusi), e dimostra soprattutto che il rapporto con la terra è finalmente vincente sia sotto il profilo economico che sotto la prospettiva dell’assetto proprietario: il catasto in seguito istituito e l'enorme mole della produzione notarile sulle transazioni terriere, danno uno spaccato assolutamente positivo della diffusione della piccola, media e grande proprietà terriera.
Centinaia di ettari del Contado passano, negli anni che vanno dal 1830 al 1850, a centinaia di privati possidenti che appagano così l'antico sogno di lavorare la terra non più d'altri ma finalmente propria!
Nel 1864 l’Amministrazione Pignatelli concede  in affitto un’ulteriore estensione di terreno agricolo pari ad  Ha 385.25.26.45.
Dai registri della stessa amministrazione del 1876 risultano affidati a “censito” complessivamente Ha 5.847, mentre il pubblico catasto registra 2701 articoli (unità)  al ruolo fondiario e 2146 (unità) al ruolo fabbricati.
Questo, il quadro complessivo del nostro Agro feudale nell’ultimo ventennio dell’Ottocento.
Relativamente, poi, alle “terre comunali ed ecclesiali” della Sicilia post-unitaria, si ha : per le prime l'assegnazione ai combattenti disposta da Garibaldi con decreto 2.6.1860 (assegnazione regolarmente elusa : vedi la rivolta di Tusa del 23/24-4-1861), per le seconde il passaggio per legge (7-7-1866) al Demanio pubblico con la contestuale soppressione dei Conventi ( cosa che arreca un gravissimo colpo all'economia siciliana: 2/3 della proprietà terriera dell'Isola é in possesso delle Corporazioni Religiose e fa vivere migliaia di famiglie indigenti ).
A Menfi la “proprietà agricola demaniale ed ecclesiale” invece, risulta in genere già accaparrata dalla borghesia terriera e le norme post-unitarie di scioglimento delle Corporazioni Religiose vengono in concreto a sanare lo stato di fatto: al detentore o fittavolo resta  possesso e proprietà, il bracciante cambia solamente soggetto gestore di riferimento.
Le varie fonti di storia locale mensionano Don Calogero Palminteri, Don Sebastiano Ravidà, Don Leonardo Palminteri Salvione, Don Paolo Maggio, Don Giuseppe Cacioppo, Don Giuseppe Tito, Don Liberatore Giglio, Don Calogero Ognibene, Don Giseppe Giambalvo, Don Vito Imbornone “gente fra la più facoltosa del paese”.
Erano queste le antiche famiglie dell’imprenditorialità agricola.
Tra la fine del 1800 ed i primi decenni del 1900, sulle contrade del latifondo feudale e dei nuovi ricchi, vengono costruiti grandi casali e bagli con annesse chiesette e cappelle, palmento e mulini divenendo aggregati agricoli di produzione e trasformazione: ivi sorgono anche piccoli villaggi formati da famiglie stabili ( San Vincenzo, Gurra Mezzana e Mortelluzze, Stoccatello, Pupo Rosso, Cavarretto, Cinquanta etc.), e ciò anche a tutela della proprietà dalla crescente aggressione banditesca locale e viciniore.
Viene sperimentata da Don Diego Pignatelli la coltura del riso negli acquitrini di Belìce e della canna da zucchero: l'esperimento, per il quale è assunta manovalanza esterna, non ha fortuna ed i mulini ad acqua di Belìce riprendono a macinare frumento.
Su tale cospicua distribuzione agraria, tuttavia, ancora a fine 1800, restarono irrisolti e gravano i problemi connessi agli usi civici (diritti perpetui di uso esercitato dai cittadini sui beni demaniali o di enti pubblici, come: facoltà di pascolo, raccolta legna, semina etc.), alla promiscuità , ai gravami debitori sulla proprietà ecclesiastica a favore di chiese, conventi e congregazioni, che poi si riversa sul prezzo delle affittanze ed acuisce lo stato di diffusa miseria nella massa dei coloni e dei braccianti di Menfi ( regolarmente denunciate dai vari Sindaci alla Regia Prefettura tra gli anni 1872/88 (ASC Categ.varie).
  In questa fattispecie rientra il documento di Leonardo Cacioppo .
La relazione generale “Cenni monografici di Menfi” attribuita dal Catalogo dell’Archivio Storico del Comune a tale Leonardo Cacioppo (non firmata) e datata 1876, rivolta probabilmente all'Amministrazione Comunale dell'epoca (Sindaco Don Pietro Giglio), ci informa di un complessivo reddito fondiario imponibile di  £ 408.585,95 di cui £ 152.978 destinate alla tassazione statale, £ 57.974,58 alla provincia mentre l’altra metà forma la base della tassazione Comunale, delle cui condizioni finanziarie l’autore si lamenta: il bilancio dell’anno 1876 pareggia con £ 86.852,34 comprensive degli investimenti, cosa che continuava ad indurre i vari sindaci di Menfi a chiedere al Governo centrale sia l’elevazione delle assegnazioni finanziarie, sia la riduzione dell’imposizione fiscale a carico dei cittadini.
E ciò nonostante, il Cacioppo rende un quadro lusinghiero dello stato generale della Comunità: servizi scolastici, assistenziali, postali e sociali soddisfacenti, considerevole la produzione agricola; Egli evidenzia la lungimiranza dell’Amministrazione comunale che ha chiesto l’ampliamento del porto di Porto Palo, donde sin dal 1853 viene imbarcato e commerciato per via doganale l’eccedenza del  fabbisogno interno di frumento, vino e sommacco; poi denuncia la mancanza della Pretura e della linea ferroviaria auspicando persino il distacco amministrativo da Agrigento per sottolineare provocatoriamente l’abbandono statale.
Cacioppo, accenna all’atavico divario economico della crescente massa bracciantile sia coi grandi enfiteuti che coi neo-ricchi del demanio e dei Legati Pii, non fa mistero della mancata manutenzione dei fabbricati rurali a pro dei coloni che vi soggiornano e della pesantezza economica degli affitti agrari e delle imposte provinciali e comunali nel decennio 1842-1852, precisando che “Col decorrere degli anni aumentano i coloni,  e dentro i limiti di questo steccato hanno eglino lottato per ottenere la vittoria degli affitti,  crescendo l’annuo estaglio.  E cresci cresci le fallanze agricole sono all’ordine del giorno”.
Analogo continuo riferimento all’estrema miseria del “terzo stato menfitano” troviamo in Menfi  nel risorgi-mento di Nino Bucalo Amico.
Del resto, noi stessi abbiamo avuto modo di rilevare nel nostro Pro-Memoria (1996), come l’igiene ambientale, lo stato nutrizionale e quello economico delle famiglie del bracciantato siano stati compagni permanenti , causa ed effetto di quella miseria che tocca il fondo nell’emergenza colerica sia del 1835 che del 1867.
In tale contesto generale il fenomeno del brigantaggio nelle campagne, endemico in tutta la Sicilia, diviene fisiologico nel contado e si esprime con l’abigeato, i furti di derrate, gli omicidi a scopo di rapina.
Si ricorda l’assassinio di Carlo Walhansem, capitano dell’armata britannica, alla Portella di Misilbesi nel 1813 da parte del menfitano Paolo Bassi Zuccarello, catturato ed impiccato in Palermo l’8 aprile 1813, l’omicidio di Antonino Mulé dell’estate del 1850 e l’esecuzione per ghigliottina nell’attuale piazza Vittorio Emanuele di Filippo Mulé  fratello della vittima, l’esecuzione in Palermo dei fratelli Savà condannati a morte per una serie di reati contro la persona ed il patrimonio, l’esecuzione di Giuseppe Ciraulo famigerato brigante del nostro enturage, le imprese criminali della saccense banda Craparo cui partecipa il menfitano Sebastiano Di Carlo fu Pellegrino arrestato il 6.11.1872, e così fino alla lunga faida dei c.d. “bianchi” (leggi....i Bianco contro i Palermo) del 19-11-1912 in quel di Belìce ove due famiglie (in verità partannesi), riunite col pretesto di festeggiare il fidanzamento di due rispettivi rampolli, si decimano vicendevolmente a schioppettate.
Dagli Atti della Giunta Comunale di Menfi del 1867 e precedenti, emergono frequenti “oblazioni e mensioni onorifiche in favore dei Regi Carabinieri per arresti di delinquenti” a riprova che la costanza e la portata del fenomeno motiva la pubblica amministrazione a riconoscere i meriti dell'Arma (Delibera dell’8.11.1872).
Nel 1879 viene costituito il corpo di Polizia Rurale (ASC Cat. III fasc. 5) dalla cui casistica emerge soprattutto il furto e la rapina; sono censiti i capi famiglia per l’erogazione dell’assistenza in natura; la piazza viene spianata, selciata e basolata.
L'abolizione dell’imposta sul macinato, chiamata tassa sulla miseria,  voluta ed applicata dal Governo Borbonico dopo il 15.5.1849, abolita definitivamente dal governo De Pretis (25.3.1876 ), a Menfi entra in vigore con ritardo quando già aveva suscitato malcontento ed una larga dismissione della proprietà terriera dai piccoli ai grandi possidenti: tra il 1845 ed il 1883 i Notai Antonino Cacioppo, Riggio Giuseppe Maria e Vito Imbornone stipulano una notevole quantità di atti di trasferimento terriero (Voll. 49 + 43 + 47).
Altra rimarchevole abitudine ereditata dall'antica cultura padronale e dalla profonda miseria, è quella dei c.d. proietti o esposti : l’argomento è oggetto dell’intera Cat. III dell’Archivio Storico del Comune dagli anni 1882 al 1898,  che registrano parecchie decine di bambini “figli di nessuno” .
Tale fenomeno si protrae con costanza, ben oltre il periodo documentato in Archivio; ancora negli anni cinquanta del 1900: varie incaricate (una di queste fu Maria Palminteri intesa “pistapipi”) trasferiscono all’Orfanotrofio di Sciacca –per la soppressione di quello di Menfi- i neonati portati nottetempo alla “ruota del Convento” e per i quali il Comune provvedeva temporaneamente al “baliatico privato”, materia questa che diviene oggetto del  “Regolamento del Servizio degli Esposti approvato dal Consiglio Provinciale di Girgenti  il 9 -10 agosto 1904” i cui contenuti comportamentali colà contemplati sembrano adempiere unicamente ad atti di carità formale.
Eppure questo sconfortante quadro generale, fa intravedere il bisogno del riscatto sociale, se – ancora Leonardo Cacioppo - rileva che  con  una popolazione di 9542 abitanti nel 1876 si hanno “7 classi di scuole  elementari, 4 maestri, 2 maestrine, 1 aiutante, 164 alunni maschi e 212 femmine,  una scuola rurale per adulti con 40 alunni”, e segue : ” 3 scuole (classi) domenicali, 4 maestre e 1 famula per istruzione popolare, una scuola privata”; se parla dell’esistenza operativa di un Ufficio Postale, di una Società di Mutuo Soccorso con 177 artigiani iscritti, del Casino Garibaldi con 86 soci (sodalizio) ed ancora denuncia con vigore la mancanza della linea ferroviaria in Menfi e l’abbandono governativo della Sicilia.
Sono questi, anni durante i quali incalzano i movimenti politici della Sicilia risorgimentali e le istante della nostra gente sono affidate a  Saverio Friscia, leader della sinistra siciliana, candidato unico della Sicilia al Collegio di Sciacca: Egli diviene primo deputato socialista italiano dal 1861 al 1880 e promotore dell'Internazionale Socialista.
Sono anni di grandi avvenimenti.
Il 1° gennaio 1891 muore il Notaio Vito Imbornone, uno tra i più grandi Figli della Menfi risorgimentale:  il Comune delibera l'assegnazione di suolo cimiteriale per erigervi il monumento funebre.
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Notaio Vito Imbornone

Tra giugno 1892 e dicembre 1893, vengono fondati in Sicilia i “Fasci dei Lavoratori” che si riveleranno uno strumento sociale di vitale importanza per le successive lotte di riscatto delle masse contadine.
Intanto, a fine Ottocento il mercato dei contratti agrari introduce i nuovi patti agrari, quali il terratico (corresponsione dell’affitto in salme di frumento per qualità di salma di terra) e l’antica mezzadria (suddivisione a metà col proprietario del ricavo, al netto delle sementi).
Queste innovazioni, nel teso clima della politica agraria avviata nel primo Novecento da Crispi e Giolitti, appesantiscono ulteriormente la già complessa situazione economica del fittavolo e del bracciante di Sicilia, ove il sorgere dei Fasci dei Lavoratori e delle Cooperative agricole, a difesa della forza contrattuale contadina, sembra aprire buone prospettive di conquista al ceto piccolo - medio proprietario e fittavolo.
A Menfi non sono ancora presenti vere e proprie strutture organizzative di denuncia e di sostegno al movimento contadino siciliano contro la crisi dei prezzi del grano, che in effetti si rivela quale somma delle crisi del grano, del vino e degli agrumi e degli zolfi: in pratica tutto il potenziale produttivo siciliano è stato messo in ginocchio da impostazioni politiche sbagliate che agevolano invece i forti interessi delle industrie del nord Italia.
Solo in seguito alcune decine di fittavoli menfitani partecipano, fra una moltitudine di diseredati, al Moto dei Fasci dei Lavoratori svoltosi a Castelvetrano (come anche a Palermo, Terrasini etc) il 9 dicembre 1893, (AS, Inf.Pol.1893), si avvertono sintomi di malcontento e manifestazioni di denuncia delle vessazioni socio - economiche.
Per dare sostegno all’economia locale, il Comune avvia e gestisce tra il 1903 ed il 1911 il “forno municipale” calmierando il prezzo del pane.
L'iniziativa risolve solo parzialmente e superficialmente l'esigenza di fondo: la fame di terra da parte del vecchio e nuovo bracciantato che aspira a divenir piccolo colono,  quando non anche “ardire diventar proprietario”, emerge drammaticamente e minaccia talvolta eventi rivoltosi contro “i ricchi proprietari affamatori del popolo”; è stata verosimilmente l’incipiente prospettiva della guerra ad avere distolto dai propositi i più accesi sobillatori.
Il 29 luglio 1900, a Monza, Re Umberto I viene assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci.
Al Congresso socialista di Bologna del 1904, prevalgono i rivoluzionari fra i quali emerge la figura di Benito Mussolini.
Il 1° maggio 1907 viene fondata in Agrigento la Federazione Siciliana della Cooperative: essa diviene uno strumento sociale di grande importanza per la spinta organizzativa operata fra le masse comunali dei coltivatori; a Menfi - ma anche altrove - la Federazione trova eco concreta nel 1912 con la costituzione della Cooperativa Agricola “Napoleone Colajanni”.
L’argomento introduce, per con testualità  tematica, necessariamente con ovvio salto cronologico, la trattazione dell’opera e della figura di Giuseppe Volpe che molto hanno inciso nel tessuto sociale e nel portato economico della Comunità menfitana.
III
            
Giuseppe  Volpe  e  la   Cooperativa  Agricola  “Napoleone  Colajanni”


Il 25 ottobre 1912, Giuseppe Volpe (nato Giuseppe Tasso, a Menfi, da ignoti, il 9 settembre 1887), fonda con 80 soci la  Cooperativa Agricola “Napoleone Colajanni”.

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Alla vigilia della prima guerra mondiale, la Colajanni opera in una Sicilia in cui:
a- delinquenza, analfabetismo ed emigrazione sono fenomeni dilaganti, che preoccupano il Governo centrale (nel 1913 su un totale di 872.598 emigrati italiani all’estero, ben 146.061 sono isolani, di questi il 62% dei residenti sono analfabeti, la sola provincia di Agrigento ha il record del 75% );
b- nel periodo della neutralità (ago.1914 – magg.1915) la grave crisi agraria, dovuta al lungo periodo di siccità ed alla flessione dei mercati internazionali, riacutizza la lotta nelle campagne ed il Governo è obbligato - ma tardivamente - ad abolire il dazio doganale che, introdotto nel 1887, aveva privilegiato solo i latifondisti;
c- l’area coltivata a frumento si riduce del 21,7% e la produzione cala del 26,4% (G.Barone,1977 Ristrutturazione e crisi del blocco agrario)
Tuttavia, la  Colajanni inaugura un’era di speranza per Menfi, ed  il suo ideatore diviene depositario e simbolo del riscatto per i braccianti.
 Lo scoppio della guerra interrompe l’opera del Volpe, non prima però di avere questi mostrato il potenziale elettorale della Cooperativa la quale infatti riversa 600 voti sul candidato saccense Avv. Angelo Abisso, così concorrendo alla sua elezione a deputato e procurandosi un proprio rappresentante e difensore politico (Cfr. D.Dolci, Spreco – Einaudi, 1960).
La storia della Colajanni diviene anche la storia sociale, economica e politica di Menfi.
Il 21 febbraio 1914 è inaugurato il tronco ferroviario Selinunte - Menfi.
Il 24 maggio 1915 l'Italia entra concretamente nel conflitto bellico mondiale, il Dottor Santi Bivona è Sindaco del Comune di Menfi che, in seguito per contrasti e crisi, dal 1916 al 1927, va sotto gestione commissariale.
Il conflitto bellico chiama alle armi numerosi menfitani privando le famiglie del reddito relativo, il Comune devolve loro contributi assistenziali fino al 1922 , ed a guerra cessata i caduti sono 108, gli invalidi 122, e tra questi il Volpe.
La Sicilia postbellica si ritrova ancora, sotto il profilo agricolo, più latifondistica che trasformata.
Il problema della “fame di terra”, da sempre latente nelle pieghe della società ne esce dunque esaltato, come mai prima era successo (F. Renda,1990).
La tematica de “la terra ai contadini”, formula lanciata dalla Federazione dei Lavoratori della Terra, fu al centro del dibattito politico durante e dopo la prima guerra mondiale, maturando l’istituzione, con legge 10.12.1917, della Opera Nazionale Combattenti cui lo Stato delega l’attività redistributiva della proprietà fondiaria, la possibilità di esproprio coattivo dei terreni privati soggetti  a bonifica o che risultino idonei ad importanti trasformazioni colturali, ed il compito di concederli a combattenti coltivatori diretti o a Cooperative di cui fossero parte notevole i combattenti, con diritto per costoro anche di acquisto.
Il 2 settembre 1919 viene emanato il decreto Visocchi ed il 22 aprile 1920 il decreto Falcioni per i quali vengono concesse terre incolte o insufficientemente coltivate alle Cooperative contadine  legalmente costituite.
Presso le Prefetture siedono commissioni miste di proprietari e contadini col compito anche di individuare i terreni da considerare incolti o mal coltivati: orbene, sul presupposto di tale accertamento tecnico, sistematici cavilli, complicità e resistenze dei proprietari, ritardano le assegnazioni, vanificando lo spirito dei Decreti, innescando una spirale di lotte dei braccianti, dei contadini poveri, dei mezzadri e dei piccoli proprietari ( vedi le rivolte di Prizzi, Corleone, S.Stefano Quisquina, Piana degli Albanesi, S. Giuseppe Iato, Palazzo Adriano etc.).
Dall’ottobre del 1919 e fino a tutto il 1920 l’Isola é teatro di marce contadine che occupano la terra, ma anche di fenomeni mafiosi, per molti versi connessi fra loro.
A Menfi, alle prime timide manifestazioni pacifiche dell’inizio anni Venti, seguono cortei di masse contadine disperate ed affamate di terre, sempre organizzate dalla Colajanni.
Si registrano piccoli, ma significativi risultati: come in passato, le terre sono assegnate – sotto le differenti forme giuridiche del tempo - non proprio spontaneamente dalla proprietà feudale e latifondistica; in verità soccorrono un po’ ovunque numerosi interventi delle Istituzioni periferiche che anche per Menfi ottengono gli espropri altrove guadagnati con violenza: noi non abbiamo raccolto alcun documento o riferimenti testimoniali indiretti connessi ad episodi di pubblica violenza od a fatti mafiosi, semmai abbiamo registrato isolati episodi di delinquenza comune non riconducibili agli eventi “della terra”.
L'esame dei documenti dell'Archivio di Stato per il periodo 1918-1930, evidenzia alcuni reati contro il patrimonio (furti e rapine) e 16 omicidi per fatti d'onore o per fatti connessi a rapine e a faide familiari, nient’altro..
E’ Volpe che, reduce e ferito in guerra, avvia una stagione di marce e lotte contadine innescando così un processo di rivendicazione di assegnazione delle terre incolte che ottiene sulla base delle leggi dell’epoca: 600 ha di terreni pascolativi, acquitrinosi ed infestati di palma nana del feudo Fiori di proprietà del Principe Fabrizio Pignatelli sono così ottenute e distribuite in quote di 1 ha ad ogni ex combattente e socio della Cooperativa, per la quale riserva un’estensione di 83 ha.
Nel 1922 la  Colajanni acquisisce ulteriori 500 ha di terreno di feudo Bertolino e li distribuisce in quote di 6  ha ai soci, a prezzi e condizioni estremamente vantaggiosi.
Tra l’agosto del 1924 e maggio 1928 la Cooperativa ottiene dal Banco di Sicilia numerosi mutui e prestiti agrari per l’acquisto e la distribuzione ai soci di sementi selezionati e di cotone, nonché l’autorizzazione all’ammasso sia del grano che della lana, mostrandosi Essa affidabile e prestigiosa.
Più d’una  “conquista” è ottenuta dalla Cooperativa con l’intervento degli Uomini del Regime.
 Del resto, Volpe opera in armonia col clima fascista cui convoglia i consensi della maggior parte dei soci che lo seguono col palese intento di sfruttare i vantaggi politici e normativi che il potere assicura alla Cooperativa: ospita i gerarchi ed organizza in Contrada Fiori la manifestazione della “battaglia del grano” voluta da Mussolini sin dal 1924 (che alla lunga creò problemi di sovrapproduzione e crisi agricola); concorre alla elezione a Senatore fascista del Regno dell’On. Avv. Angelo Abisso, appoggia la politica locale dei Podestà.
Nel 1928 numerosi uomini del Regime guidano personalmente la massa contadina che in via Popolo si lascia arringare e guidare verso le rivendicazioni delle terre incolte.

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La Cooperativa, in ogni caso, è lo strumento del miracolo compiuto da Volpe: opera la trasformazione della massa dei miseri braccianti nell’insperata nuova condizione di proprietari, che ora si sentono finalmente riscattati, pari agli ex padroni; Volpe è loro mentore e tutore, é un capopopolo che tuttavia insospettisce perché contratta coi politici  alla pari del Podestà e nel 1942 viene proposto per anni due di confino politico donde torna però pochi giorni dopo l’emissione del provvedimento coercitivo.
Peraltro Volpe non é nuovo a subire simili provvedimenti: qualche tempo prima era già stato arrestato, ad Agrigento, mentre si trovava in Prefettura, con l’accusa di avere sobillato le mogli dei braccianti ex combattenti all’esproprio di terreni; subito amministiato da una legge voluta anche dall’On. Angelo Abisso, Volpe rientra in paese più forte di prima.
 Finita la Guerra e caduto il Fascismo, a Menfi, con l’entrata delle truppe di liberazione nel giugno del 1943, Volpe si propone come vittima del fascismo, e come tale  Egli viene politicamente riabilitato ed - a pieno titolo - inserito nel nuovo clima della restaurazione democratica.
Così, nel 1944, intuendo il nuovo “vento”, Volpe cambia appartenenza, transita nell’area politica della sinistra, fa populismo e proselitismo nel partito comunista.
Anche in questa nuova veste Volpe emerge politicamente forte e pulito; del resto non risulta che Egli avesse in alcuna circostanza conseguito vantaggi materiali privati o manifestato velleità politiche personali (eccetto qualche caso di nepotismo); febbrile risulta la sua attività pubblica nella quale costantemente trascina la massa  rurale.
Assieme ad altri, fonda la locale Camera del Lavoro prima e la Sezione del Partito Comunista dopo, ove convoglia gran parte dei contadini della Colajanni col miraggio di nuove assegnazioni agricole ( proporzionate alla composizione del nucleo familiare, così diceva : al figlio maschio,  appezzamento di terreno e  somaro,  alla figlia femmina da maritare, casa e corredo), e contribuendo, nel 1946, alla vittoria del Partito Comunista per le elezioni amministrative le quali infatti danno il seguente risultato:
Falce e Martello Comunisti  - Voti        3.047
Scudo Crociato                           “       2.562
Lista Gallo – Repubblicani           “          103
Il Prof. Alessandro Bilello è il primo Sindaco di Menfi democraticamente eletto.
In tutti i successivi appuntamenti elettorali, Volpe ed il seguito si collocano tra le fila dei comunisti, poi nel 1948 coi governi moderati dirotta ancora verso la democrazia cristiana che meglio (dice) “garantisce la Cooperativa ”.
Ed infatti, con la nuova riforma agraria Segni, la Cooperativa ottiene la concessione di 400 ha circa di terre Pignatelli alle contrade Casuzze e Case Nuove ed altre 230 ha a Casuzze e Serralunga, e, ciononostante , subito dopo, si apre per la Colajanni (Società a responsabilità illimitata) un periodo di crisi amministrativa dovuta alla pesante esposizione debito-ria verso le Banche; la crisi é aggravata dall'azione disinvolta di collaboratori infedeli: capace capopopolo, intelligente organizzatore, uomo di notevole intuito, onesto e sognatore, Giuseppe Volpe é parimente negato per  l'amministrazione economico-finanziaria e l’organizzazione interna della Cooperativa (sapeva appena firmare), lo soccorreva solo il buon senso contadino.
La Colajanni è posta sotto amministrazione commissariale (Dr.Antonino Papa) fino al 1952 anno in cui Giuseppe Volpe è rieletto Presidente: ottiene mutui bancari al tasso del 2,50% ( ripianati nel 1955)  e contributi di benemerenza dalla Cassa per il Mezzogiorno, con cui ripiana i debiti contratti verso i Pignatelli per le terre di Belìce ove la Cooperativa costruisce 170 casette sui singoli appezzamenti dei soci.
Ma Volpe è uomo d'azione, la esposizione debitoria non lo scoraggia, da capopopolo testardo ed intraprendente, nel tentativo di procurare nuove risorse economiche alla Cooperativa, acquista  nuove e numerose macchine agricole per impiegarle sia nei terreni del patrimonio sociale che nelle terre assegnate ai soci: l’operazione si rivela disastrosa, le macchine non rendono, le prestazioni sono effettuate a credito e per di più (Egli lamenta)  “...si spaccava tutto e si andava in perdita con la macchina nuova ”; dicono le fonti della memoria: “Volpe aveva il vezzo della fiducia e di fiducia morì” !
I soci che non aderirono a questo suo programma ingrossarono le fila della Cooperativa “La Falce” voluta dal Geom. Leonardo Bilello Palagonia, aderente alla sinistra politica: La Falce distriburà circa 500 ha di terre dell’ex feudo Belice  Grande..
Presto il disavanzo economico della Colajanni aumenta ogni anno di più, gli interventi giudiziari aditi dai creditori fini-scono per mettere la.Cooperativa sotto gestioni commissariali e alla fine, il 2 maggio 1962, la Società viene sciolta e posta in liquidazione dopo avere, in cinquant'anni, distribuito e trasformato circa 2000 ha di terreno a contadini nullatenenti ed a piccoli coloni, cambiando radicalmente il portato socio - economico della Comunità di Menfi e promuovendo la coscienza della solidarietà e dello associazionismo che emergeranno alla fine degli anni ’50 con le Cantine Sociali.
In “Spreco”, così – amaramente - conclude Giuseppe Volpe:
“Dicono che ho fatto approfittare i parenti. Io giuridicamente non ho parenti. Io sono trovatello. Mio padre di latte si affezionò a me, e per farmi esonerare dal servizio militare di leva mi ha fatto riconoscere, a diciannove, attraverso un atto di riconoscimento, figlio di un mendicante cieco, Volpe Francesco, di madre ignota………….Seguono la marcia cooperativistica soltanto per avere l’assegnazione di proprietà singole. Dopo poi pensano a fare i fatti loro: questo è il cooperativismo di quì. Anche perché gli avversari dicono: La cooperativa è a nome collettivo, domani può andare male la cooperativa, dividetevi, sfasciatevi………...Il ricco vede che è una nemica, perché li rende indipendente da lui, non vengono più a pregarlo. Questa cooperativa è la prima della provincia e sono poche le altre. Ma le altre il bernoccolo che ho avuto io non l’hanno avuto”.
La Cooperativa agricola “ Napoleone Colajanni” come “La Falce” pervengono ciascuna ad annoverare nel periodo di maggior vigore amministrativo, rispettivamente 1400 e l’altra 1000 soci.
Giuseppe Volpe muore a Menfi il 25 luglio 1968, accompagnato alla sepoltura da qualche decina di persone.
 Cap.IV

Il Consorzio Basso-Belice e la Cantina Settesoli
Ormai ciò che di seguito scrivo è attualità, non è ancora storia e, pertanto, me ne occupo e brevemente, solo per completezza d’argomento.
Dagli anni Cinquanta il processo di ampliamento del contado si arresta, c’è un patrimonio di 11.933 ha.  in proprietà consolidate nei decenni, il contesto pedologico cambia nei contenuti varietali, nella rete viaria, nel concetto stesso di gestione della terra che diviene sempre più di tipo aziendale, e – di conseguenza- negli indirizzi colturali avviati a  seguire le tendenze dei mercati.
Grazie soprattutto alla rete irrigua voluta del Consorzio Belice Carboj finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno, l'agricoltura diviene intensiva e la produzione si indirizza alla specificità d'area ed alla ricerca della qualità.
L’immenso patrimonio cerealicolo comincia a cedere aree all’olivocoltura, al carciofo, alla vigna; la politica della piccola proprietà contadina lascia presto il passo al concetto di azienda agricola, il mercato delle transazioni registra una crescente tendenza all’incremento estensivo delle singole proprietà, l’ERAS (Ente di Riforma Agraria in Sicilia) concorre ad indirizzare le scelte colturali e varietali in coerenza alle tendenze di mercato, si costruisce nel 1951 la diga sul fiume Carbo dando origine al lago Arancio e tuttavia sono anni difficili: cresce l’emigrazione di contadini, artigiani e commercianti all’estero (Venezuela, Argentina, Europa): privi di capitali da investire vendono i piccoli appezzamenti e si rivolgono anche verso i grandi centri dell’industria del nord-italia, analogamente a quanto avvenuto tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento.
Il 4 gennaio 1952 viene istituito il Consorzio di Bonifica “Basso Belice Carboj” che opera subito su una superficie di 8.904 ettari ricadenti nei comuni di Menfi, Castelvetrano e Sciacca, superficie poi elevata a 35000 ha coi territori di Sambuca, Santa Margherita, Montevago e Partanna.
Nel 1957 inizia l’attività irrigua del Consorzio, inizia il cambiamento graduale degli ordinamenti corturali e gli indirizzi socio-economici delle comunità dei territori serviti.
Il mercato, che subisce lo strozzamento dei prezzi imposti dai compratori, registra subito una inversione di tendenza che non si fermerà più perché si prende coscienza che la certezza dell’acqua nelle campagne apre nuove prospettive di reddito al patrimonio agricolo che avviato verso colture intensive e nuove : nel 1958 il Notaio Andrea Palermo e 48 proprietari fondano la Cantina “Settesoli” Srl ed il Centro Studi e iniziative per la piena occupazione, unitamente all’Alleanza Coltivatori Siciliani, il 14 novembre 1962 fondano con 37 soci la Cantina “Il Progresso”.
Negli anni sessanta la modifica e sostituzione dei canali della rete irrigua con la rete tubata da parte del Consorzio porta il prezioso liquido alle quote 150 e 180 per un’estensione di 2000 ettari, ed il processo di sostituzione prosegue fino agli anni ottanta quando la rete raggiunge i 1.280 km e nel 1997 diviene 1.680 km al servizio di 17.095 utenti ed un’estensione di circa 12.219 ettari irrigati, specie per l’adduttore di collegamento degli invasi Garcia e Arancio che oggi consente di trasferire l’acqua per gravità dal primo al secondo invaso .
L’opera gode dell’adduzione delle acque invernali del fiume Belìce nel lago Arancio per via dell’impianto di sollevamento Basso Belìce il quale serve peraltro l’area omonima.
Il risultato finale della gigantesca e meritoria opera di invasi, di collegamenti, di sollevamento e di distribuzione tubata portata a compimento dal Consorzio Basso Belice Carboj (recentemente soppresso per confluire nel Consorzio di Bonifica Agrigento 3 ove ha trasferito la sede di Menfi), è sintetizzata dal quadro seguente:                                                            
Colture estens.  ante rete irrigua ha     post  rete ha  irrigua
Seminativo                   1.675                        6.475
Vigneto                           470                        5.215
Altre colture                                                 2.850
Pescheto                                                          50
Uliveto                                                          1.855
Pascolo                            60                           250

E’ evidente il dato della superficie a regime vitato ed in genere lo scarto evolutivo tra l’antico sistema estensivo asciutto e l’attuale sistema intensivo irriguo della superficie coltivata (oggi 14615 ha).
L’agricoltore comprende appieno come il bene acqua può introdurre ricchezze impensate, comprende che la certezza dell’irrigazione garantisce prospettive certe, così impianta vigneti selezionati perché “terra, sole ed acqua diventino vino”.  
Il vigneto prende il sopravvento su  tutte le altre colture, le Cantine crescono in maniera esponenziale sotto ogni profilo.
Un quadro complessivo del quarantennio 1965-2005 è possibile dall’accostamento  dei parametri significativi.
I 302 soci coordinati dall’ideatore e fondatore della Settesoli Notaio Andrea Palermo, conferiscono  nel 1965 qli 68.350 di uve di qualità corrente (cataratto, inzolia, grillo); la  Cantina il “Progresso”, espressione di circoli della locale sinistra politica, ammassa lo stesso anno 35 mila quintali di uva.
Oggi le due Cantine unificate nella Settesoli Srl, contano 2.361 soci che dispongono di una superficie vitata di ha 5.215 con una produzione al 2005 di qli 535.093 di uve di alta qualità varietale  (Chardonnay, Fiano, Grecanico, Pinot, Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon, Frappato, Petit Verdot etc.).
Il dato finale di tale produzione 2005  ha determinato un’entrata complessiva di bilancio di €.58.538.995,00 con investimenti per .14.085.550,00 ed un saldo attivo di €.58.538.995,00.
Una politica di selezione varietale e qualitativa accompagnata da un permanente monitoraggio del marketing, diretta da una sintesi anageriale intelligente e lungimirante  delle Cantine, ha realizzato negli ultimi vent’anni obiettivi lusinghieri conquistando vasti ambiti di mercato in tutto il mondo, con vini confezionati di specificità : nel 2005 sono stati venduti 16.345.607 pezzi (bottiglie,brike,bag box), con una resa economica di €.23.881.663,87.
Tale stupefacente progresso è stato possibile per la capillare estensione (quota 115 e 180 slm) della rete irrigua realizzata dal Consorzio Basso Belice che distribuendo acqua al Contado menfitano, assicura certezza, quantità e qualità di produzione, ma è stata possibile anche grazie all’operoso fattivo impegno dei proprietari ed all’intelligente guida della locale managerialità della Settesoli.
Cap. V
L'Ottocento risorgimentale e colto
Si é visto decollare nell'Ottocento la borghesia terriera e la media proprietà; ambo utilizzarono il bracciantato jurnateru.
Si é visto che a costoro si affiancarono i campieri del feudo, gli impiegati riscuotitori delle gabelle feudali e delle tasse demaniali, gli appaltatori del monopolio di prodotti particolari (zagàto), delle dogane, del macello, del dazio, del diritto sul macinato, dell’annona frumentaria, e come tutti costoro traessero reddito diretto o indiretto dall'economia agricola.
Accanto alla borghesia ed al bracciantato, si colloca la classe artigianale dei bottai, fabbri, muratori, ortolani, cordai (vardara e curinari), barbieri, cernitori (crivara), calzolai, carrettieri, falegnami (mastri d’ascia), e l'altra dei piccoli commercianti.
Una varietà di mestieri ed una diversificazione di ceti che esprimono un'ampia forbice economico-sociale: da una parte una borghesia benestante, ricca di professionisti, detentrice del potere amministrativo e depositaria della cultura ufficiale della Città, dall'altra la massa dei piccoli fittavoli e del bracciantato proletario misero e disperato, in mezzo, artigiani, commercianti e medio-piccoli proprietari ad imitare la borghesia.
In questo stato di cose, un cattivo raccolto od eventi epidemici di massa od improvvide innovazioni di politica economica e sociale, acuendo ulteriormente la miseria, può ben esasperare gli animi: anche in tale ambito vanno ricondotti gli avvenimenti locali del 1820.
Intanto con delibera decurionale del 25 marzo 1812 approvata dal decreto di Ferdinando III dell'11 agosto 1813 la Città prende il nome di Menfi in luogo di Terra di Memphis.
Da luglio ad agosto del 1820, la folla -provata dalla “spagnola” del 1818 - esasperata dalla nuova crisi agraria e dagli effetti delle novità introdotte con i decreti del quinquennio 11.X.1817 e 11.1.1818 (vedi sopra), guidata da sobillatori, devasta la  Casa Comunale considerata centro del potere vessatorio, assalta l’abitazione e la conservatoria del Notaio Baccarella, saccheggia ed incendia ciò che istintivamente considera causa delle proprie disgrazie, aggredisce le case di alcuni facoltosi proprietari come quella di don Paolo Maggio e di don Giuseppe Cacioppo addetto alla riscossione delle gabelle e del dazio frumentario, mette a soqquadro gli Uffici imposte della Contea, strutture queste ritenute la vera origine della “fame del popolo”: la rivolta  trova  humus nel rancore sociale accumulato in decenni di indigenza e prepotenze.
Inutile si rivela  il riarmo, a scopo di difesa, dei privati, temporaneamente  consentito dalle Autorità, giacché la folla inferocita viene sedata solo dall’intervento pacificatorio di carismatici intermediari verso i caporioni.
Ma è da ritenersi tuttavia che quello della miseria (“antica ed ineluttabile”) non é l'unico motivo della rivolta: lo stato di confusione e l’inaffidabilità amministrativa, le leve militari che privano le campagne di forza-lavoro e le famiglie di ulteriore eventuale reddito, il pesante deficit amministrativo denunciato dalla municipalità già sin dal 1814, il decesso nel febbraio 1818 in Palermo di Don Diego Pignatelli che dà la sensazione dello smarrimento degli equilibri economico-politici sedimentatisi nel tempo, l'incapacità delle Istituzioni di tener testa all'esportazione granaria da parte  dei grossi proprietari verso mercati più redditizi e, per giunta, la requisizione governativa a prezzi imposti pur in presenza di crisi granaria, la delusa speranza dei moti del 1812 e 1813 e, non ultima, la pressione della polizia borbonica di fine ottobre 1820 diretta al controllo capillare dell’Isola, sono cause non secondarie delle rivolte popolari sia in Menfi che in S.Margherita e in Burgio.
E tuttavia, la rivolta dà, per certi aspetti come vedremo, la stura a “sentimenti nuovi”, lascia cioè scoprire capacità di unità e forza autonoma insospettate in un popolo paziente, remissivo, che conosce solo la zappa e perciò mai ribelle di fronte all’ineluttabile suo destino di terzo stato.
Il 5 maggio 1821 alle ore 17,49 muore (oggi si accredita l'avvelenamento) nell'Isola di Sant'Elena Napoleone Bonaparte togliendo dall'imbarazzo le monarchie europee, ma cancellando anche le residue speranze di coloro che aspettavano una fuga com’era avvenuto dall’ Elba: é il risorgere dell’impero.
E' da questa nuova tensione sociale e segnatamente dalla tempra del portato borghese che deduce l'èlite della Comunità, l’intelighentia politica e culturale della Città di Menfi; sono i  paradossi della storia umana e sociale: le crisi socio-economiche di un popolo lasciano sovente emergere  premesse del riscatto futuro, specie quando esse trovano idoneo sostrato politico nel contesto  nazionale, come – nel nostro caso - nei moti carbonari del 1820-21.
L'ideale romantico dell'eroe che sogna di liberarsi dal giogo borbonico, che vagheggia la libertà ed accarezza il primo embrione unitario, conquista molti intellettuali menfitani già impregnati dei fermenti degli ambienti universitari e liberali di Palermo, dov’era da tempo arrivato il vento della rivoluzione francese del 1789.
L'eco degli avvenimenti rivoltosi di Palermo, la conseguente virulenza dei controlli polizieschi, il bisogno  di raccordi organizzativi sono avvertiti dai più accesi patrioti locali: Leonardo Cacioppo, Vito Imbornone, Calogero Ognibene ed altri aderiscono con slancio agli ideali repubblicani e si raccordano con Francesco Crispi, Saverio Friscia e Luigi La Porta, il cui stimolo li induce ad organizzare in Menfi e Castelvetrano i primi luoghi di riunioni segrete  chiamate “vendite carbonare”: a Sciacca viene fondata “La Rispettabile Vendita dei Liberi Figli Selinuntini” .
Essenzialmente antiborbonica, la Carboneria è una società  segreta e chiusa (il linguaggio adottato è quello dei venditori di carbone) , costituita da soldati del disciolto esercito napoleonico, da nobili, avvocati, professori, borghesi, artigiani, talora ecclesiastici sinceri, ma soprattutto studenti spinti da ideali di libertà, propugna un regime costituzionalista, una profonda riforma amministrativa, la prosecuzione della lotta contro la feudalità, lo sviluppo di un’economia libera dai condizionamenti del mercantilismo, e si propone subito come struttura organica agli infelici moti che Palermo prepara sull’eco di quelli napoletani capeggiati da Guglielmo Pepe.
     La ricca borghesia locale partecipa concretamente con un prestito di 400 onze ai moti d’indipendenza della Sicilia del 1820  (Atti Notai Mancuso 25.8.1820 e Morrione 24.8.1820 -25. 8.181); gli ideali della rivoluzione francese impregnano la cultura locale, fortemente osteggiata dalla chiesa ufficiale; il settarismo carbonaro trama e si riunisce segretamente nel c.d. “orto di Don Liddru” (leggi Calogero Ognibene) di via Soccorso, insomma c'e a Menfi già in nuce il patriottismo dei giovani studenti delle buone famiglie: un brodo di coltura nel quale maturano –pur in costanza del dato economico-sociale sopra tratteggiato- gli eventi del 1820 e quelli risorgimentali successivi.
La risposta di Ferdinando I al diffondersi della setta dei Carbonari nel regno, é la costituzione del giugno 1821, sono le “liste di scrutinio” distinte per categoria di persone da inquisire, è la ritrovata collusione ecclesiale che con le prediche dei “missionari” e le delazioni del confessionale rende grato un Clero che viene infatti reintegrato nei privilegi perduti con la Costituzione del 1812.
Non abbiamo notizie di concittadini colpiti dalle “liste di scrutinio”, ma non abbiamo pure motivo di dubitare circa lo stretto controllo poliziesco cui devono essere stati sottoposti “i nostri cospiratori” (vedi infra).
Gli anni che seguono fino al 1830 sono caratterizzati da una profonda crisi morale generalizzata in tutta la Sicilia: il controllo reazionario esercitato dal Luogotenente Marchese delle Favare, specie verso coloro che sono compromessi con la Carboneria, si acuisce, diviene capillare, asfissiante e tiene in ansietà e timore ogni ambito: dalla campagna, alle università, dalle attività del commercio e dell'industria alla stampa ed al pubblico impiego, ovunque viene tesa una fitta rete di complicità, di delazioni, di ricatti.
La Chiesa di Sicilia collabora fattivamente per mezzo delle “missioni” dei predicatori alla persecuzione dei carbonari: l'ortodossia clericale collusa utilizza la delazione del confessio-nale e la scomunica contro quegli adepti ed i rispettivi familiari che, conoscendone l'appartenenza, non li denunziano.
    A Menfi, l'ingenua confessione di una pia credente, provoca l'arresto ed il carcere per il marito ed i parenti, le cui denunce – a loro volta- determinano altri arresti (N. Palmeri,  Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia, Losanna 1847 -pag.422), alcuni si danno “alla macchia”, altri fuggono nel meridione d’Italia.
Nel 1835 un'epidemia colerica (che reitera nel 1854-55 con 117 deceduti, nel 1857 e nel 1867) causa  diverse centinaia di morti su 9000 abitanti e prostra la Comunità menfitana. Peraltro l’evento pestilenziale evidenzia vieppiù le contraddizioni del sistema politico e sociale di Francesco I rivelatosi più violento del padre; verso di Lui si acuisce l’odio dei Siciliani che subiscono le vessazione delle truppe austro-ungariche del Maresciallo Del Carretto.
Nonostante tale precaria situazione generale, quella civile della nostra Comunità se ne discosta.
Fra il 1820 ed il 1830 la Menfi carbonara e rivoltosa, quella cioè che ha brodo di coltura nella famiglie liberali, fa da cerniera tra i gangli cospiratori di Sciacca e di Castelvetrano - Partanna;  in tale clima emerge la figura e l'attività del giovane Giuseppe Palminteri del fu Dr.Calogero il quale finanzia con  mezzi propri i collegamenti, nonché l'acquisto e fornitura di armi alla guerriglia.
Il 7 settembre 1836, per la munificenza del Dr. Antonino Ognibene, viene fondata l’Opera Pia Collegio di Maria quale educandato per le fanciulle povere.
Il 20 agosto 1840 Menfi é staccata dalla sotto intendenza di Sciacca ed elevata a capoluogo di Circondario.
Come tale la  Città diviene sede di uffici amministrativi decentrati della Provincia, che la rendono importante e prestigiosa.
    Il 12 gennaio 1848 Palermo, Catania, Messina ed altre Città isolane insorgono con violenza, cacciano il Borbone, si costituisce (23 marzo) il Libero Parlamento Siciliano, si decreta la decadenza della monarchia Borbonica (13 aprile).
A Menfi si crede finalmente realizzata la democrazia, prende maggior vigore il mazzinianesimo, si pensa imminente e certa l'unità d'Italia: all'inaugurazione del Parlamento, per il circondario di Sciacca  partecipa con Francesco Crispi da Ribera e Saverio Friscia da Sciacca, il nostro Arciprete Canonico Antonio Maria Giattini, a riprova della considerazione in cui è tenuta la Città per l’apporto continuo e produttivo della rete cospiratoria, nonostante i controlli sbirreschi.
Ma l'esaltante esperienza del ‘48 doveva purtroppo fallire perché nell’ambito degli stessi rivoltosi si determina il contrasto tra la tendenza verso una rivoluzione istituzionale, sociale ed economica di matrice giacobino e la tendenza di coloro che si ostinano a difendere “la proprietà”, e la rivincita borbonica fa nuova presa nell’aristocrazia isolana che tradisce la rivoluzione, per giunta la Sicilia si ritrova isolata nello scacchiere europeo, sicché l'anno successivo vede la restaurazione del Governo Borbonico, la ripresa della caccia ai cospiratori e le repressioni sanguinarie della polizia in tutta l’Isola che soffre una generalizzata ulteriore crisi di produzione sia agricola che industriale; una crisi dei mercati e delle esportazioni, uno stato di depressione economica come mai prima: Messina semidistrutta dai bombardamenti, Palermo delusa dal rientro del Borbone a Napoli che così aveva operato la seconda restaurazione per mano del luogotenente generale Carlo Filangeri.
Un’isola felice sembra essere la città di Marsala ov’entra il capitale degli investitori inglesi come iWoodhouse,  gli Ingham, i Witaker che sperimentano in tutto il mondo i prodotti vinari di quella terra; a costoro si affiancheranno i Martinez, gli Spanò, i Florio, che attraggono i prodotti del latifondo viciniore, compresi quelli del territorio di Castelvetrano e Menfi.
In Città i nuovi ed i vecchi rivoluzionari tuttavia non demordono, tramano e procurano seri apporti alla preparazione di ciò che diverranno i moti garibaldini del 1860: la casa del Notar Vito Imbornone (Via Garibaldi) é sede di incontri segreti, di recapito della corrispondenza col Crispi e di messaggi del Friscia, ambedue varie volte a Menfi segretamente nascosti, ove ricoverano tanti altri perseguitati, da dove le intese con Padre Rosario Russo da Partanna procurano collegamenti con le varie organizzazioni di Castelvetrano.
Ed anche in Italia il vento rivoluzionario non si ferma, spira vigorosamente: Garibaldi va in Liguria a preparare una spedizione antiborbonica e mettere in rivolta la Sicilia donde intraprendere il tragitto unitario risalendo la Penisola: il vento rivoluzionario sembra scardinare un po’ ovunque l’ordine aristocratico e l’assetto politico del re di Napoli.
Leonardo Cacioppo da Palermo raggiunge Garibaldi e decine d’altri menfitani, volontari e graduati, vanno a Palermo tra il 10 ed il 20 luglio del 1860 a rinforzare le fila ed a seguire l'Eroe fino al 1862.
Non sappiamo se anche da Quarto il 5 maggio 1860  salpano menfitani assieme a  Di Giuseppe Giovanbattista fu Giuseppe da Santa Margherita Belìce ( nato 17.1.1816 ), ma sappiamo che dell' “esercito dei picciotti palermitani ” fanno parte, con il Cappellano Saverio Catanzaro, i più accesi ex carbonari e repubblicani della Giovane Italia ( fondata nel 1832 ) come Vincenzo Palminteri, Vincenzo Favara, Isidoro e Sebastiano Mangiaracina, Francesco Valenti, Ludovico Viviani, Saverio Riggio, Gaspare Raia, Giuseppe Messina Cacioppo, Domenico Riggio ed altri ancora, già rivoltosi del '48 assieme ai Sacc. Pietro Bivona e Giuseppe Blandina.
Secondo fonti locali fra gli animatori segreti dell'attività politica ed antiborbonica che mantegono rapporti con le organizzazioni di Sciacca e Partanna, sono da annoverare: Sebastiano Ravidà, i rampolli delle famiglie Tito-Calcagno, Cacioppo-Giglio, Palminteri-Messina-Schiavo, Calogero Ognibene, Lionardo Morrione, Filippo Valenti, Calogero Viviani, lo stagnino Paolo Sciré, che già in precedenza (il 10 aprile 1860) avevano collaborato coi cospiratori del trapanese per lo sbarco clandestino dei rivoluzionari guidati da Rosolino Pilo e Giovanni Corrao
Così un tal numero di cospiratori a Menfi, la presenza carismatica di Luigi La Porta, il documentato intreccio epistolare col Friscia e col Crispi che operano continue adesioni e raccolte di sostegno alla causa, la eventualità che in Porto Palo potesse avvenire lo sbarco dei Mille, la disponibilità della municipalità ad aderire ai moti partecipando alle raccolte di contributi ed ai mutui di finanziamento delle spese, danno prova d'una Comunità pienamente e costantemente inserita in tutti gli eventi risorgimentali.
L’11 maggio, due vascelli militari inglesi l’Argus e l’Intrepid, “proteggono non casualmente“  lo sbarco dei vapori Piemonte e Lombardo carichi dei garibaldini braccati della navi austriache che infatti per non colpire i vapori inglesi non spararono, consentendo così, invece, l’approdo a Marsala.
Il 14 maggio, un giorno prima dell’epica e discussa battaglia di Calatafimi Giuseppe Garibaldi decreta:
“ Italia e Vittorio Emanuele II . Giuseppe Garibaldi, comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, sull’invito di notabili cittadini e fatte proprie “le deliberazioni dei comuni liberi dell’Isola;  considerato che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari sieno concentrati in solo uomo;  decreta di assumere nel nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia la dittatura di Sicilia”.
     Il 27 maggio 1860 Leonardo Cacioppo é ferito alla battaglia del ponte dell'Ammiraglio a Palermo; la Sicilia è in rivolta; Menfi costituisce il Comitato Provvisorio per l'ordine pubblico, vengono raccolti da simpatizzanti liberali contributi per l'acquisto di cavalli e stoffa per i garibaldini; il 16 settem-bre la municipalità acclama Garibaldi liberatore; al plebiscito per l'annessione del 21/22 ottobre 1860 Menfi assegna a Vittorio Emanuele II il 100% dei suffragi: 819 voti su 819 votanti, al Crispi -inserito nel Collegio elettorale di Castelvetrano- attribuisce un trionfale suffragio; la toponomastica della città, da allora, ricorda quegli uomini e quegli avvenimenti, ormai parte rilevante ed indelebile della coscienza civica.
Molti menfitani della Giovane Italia, seguono ora tra i Socialisti il Friscia; questi ideali politici li  ritroveremo nel tessuto della Città sia -in nuce - in occasione del Congresso di Livorno del 1921 che a proposito della prima competizione elettorale democratica nazionale da cui il 27 giugno 1947 deduce la  Repubblica  Italiana.
 
Nel 1862 entra in circolazione la lira.
Nel 1866 viene costituita in Città, sulla scia dei  numerosi esempi nazionali, l'Associazione di Mutuo Soccorso tra operai, che - ispirata agli ideali mazziniani - raccoglie 100 aderenti e propugna la reciproca solidarietà fra gli uomini secondo i canoni del Vangelo, assicurando sollievo e conforto materiale non solamente agli associati bisognosi.
Nello stesso anno sono aboliti i Legati Pii, oneri derivanti da antichi lasciti.
Nel 1867 il colera causa 1180 morti, aggravando il già difficile quadro sociale ed economico della nostra Comunità.
La posta è prelevata a piedi da Sciacca, una volta al dì.
Nel 1870 circola per le vie della Città il primo carretto, le lettighe sono privilegio dei nobili e dei ricchi come i Giambalvo, i Calcagno ed i Palminteri - Messina: una lettiga è di proprietà della Parrocchia menfitana ed usata dall'Arciprete D'Aquino (pare sia stata venduta a Napoli e successivamente conservata al Louvre!)
Il 20 settembre 1870 alla breccia di Porta Pia cade il potere temporale della Chiesa, Roma è capitale d'Italia, all'impresa partecipa il nostro Giovanni Vella cui viene destinata una speciale pergamena per la medaglia di benemerenza (ASC,Cat VIII 655b)
Il 10 maggio 1872 muore a Pisa il carbonaro del 1827 e poi fondatore della Giovine Italia Giuseppe Mazzini apostolo dell'Unità nazionale: Egli lascia uno tra i più grandi patrimoni politici della storia dell'Italia unita.
A partire dal 1880 giungono in Europa grandi quantitativi di grano dagli Stati Uniti ove le aziende agricole avevano introdotto nuove tecniche, macchine e fertilizzanti che aumentano la produzione a costi nettamente inferiori a quelli al tempo praticati in Europa; tale concorrenza determina la caduta dei prezzi dei cereali e mette in crisi il Continente e la Sicilia in particolare, la quale - da sola - riforniva gran parte del mercato nazionale.
Il 2 giugno 1882 muore in Caprera Giuseppe Garibaldi.
Numerosi menfitani, protagonisti dei moti risorgimentali,  esibiscono il lutto personale;  nelle Città in cui i repubblicani sono chiamati ad amministrarne la  Municipalità s’abbruna la bandiera in segno di lutto cittadino.
Dopo la morte di Cavour (1861), la destra moderata governa lo stato Sabaudo post-unitario con Ricasoli, Rattazzi, Minghetti e Lanza, (in effetti è il Sovrano che condiziona il Parlamento, nominando i Senatori ed esprimendo il gradimento sulla scelta dei Ministri) ed è la politica fiscale intrapresa da Minghetti (Min.Finanze Quintino Sella) a colpire le proprietà fondiarie e il reddito dei ceti benestanti e poi ad introdurre la tassazione indiretta che colpisce sia i  consumi (sali, zuccheri etc) che la produzione dei cereali (tassa sul macinato del 1869), obbligando i contadini a pagare un'imposta su ogni quintale di grano, mais o avena portato al mulino.
In Sicilia gli effetti sociali sono pesantemente avvertiti, a Menfi il malumore acuisce la miseria e sfoga in manifestazioni e violenze contro la Casa comunale sedate appena dalla polizia (ASC, Cat.3°).
Nel 1876, un Parlamento di ex garibaldini e mazziniani costituisce la sinistra politica non più minoritaria, sono soprattutto i conservatori ed i moderati ad operare la svolta di sinistra eleggendo Presidente del Governo -col decisivo apporto dei deputati siciliani (42 su 48)- Agostino De Pretis: è il primo gabinetto della sinistra che per un decennio domina la scena politica nazionale.
Il decennio 1887 – 1898 é quasi interamente caratterizzato dalla presenza siciliana alla direzione politica del Paese: tranne nel periodo maggio 1891 maggio 1892 del crispiano Starrabba di Rudinì, Francesco Crispi è Capo del Governo da luglio 1887  a maggio 1891 e da marzo 1896  a giugno 1898, ed in tale veste, mentre persegue una politica colonialistica unitamente al suo successore Giovanni Giolitti, elude i gravi problemi dell'agricoltura nazionale ed isolana in particolare, problemi che ritroveremo sempre più acuti fino al termine della prima guerra mondiale.
Intanto a Menfi, sull'onda degli ideali libertari e liberali maturati durante i decenni e le circostanze di lotta per l'unità nazionale, emergono le capacità e le virtù dei nuovi amministratori: si ricorda in proposito l'opera del Sindaco Giuseppe Blandina che provvede al livellamento della piazza, all’alle-stimento della rotabile per Porto Palo, al prolungamento della banchina portuale ed all'istituzione della sezione doganale, alla costituzione del mandamento circondariale, dell'ufficio del registro e della pretura, all'acciottolamento delle principali vie della Città; si ricordano le doti di amministratore di Don Pietro Giglio (1861 e 1872-1878), del Notar Vito Imbornone (1861/62 – 1869/1871 e 1879/1883), dell'Avv. Ludovico Viviani (1868-1869 e 1883-1884), i cui atti evidenziano equilibrio ed operosità.
Si tratta di quel patriziato-borghese, che, protagonista e per certi versi ispiratore degli eventi rivoltosi e risorgimentali, non solo locali, chiamato sovente a reggere la Cosa Pubblica, mostra - pur tra le mille difficoltà della finanza pubblica- di essere probo quanto autorevole, e di rappresentare la cultura ufficiale della Città, affermandosi con successo nell'alveo della corrente umanistica, scientifica ed artistica dell'epoca.
Una cultura che nel clima romantico, si rivolge alla poesia di tendenza neo-classica, alla ricerca medico-scientifica, a temi di storia legati al territorio, al teatro ed alla musica.
La raccolta di Versi del Cav. Avv. Ludovico Viviani (Menfi 19.11.1833 – 3 gennaio 1918 figlio di Calogero e Palminteri Caterina) risentono degli accessi del lirismo patriottico del carbonaro quarantottista.
Pubblicate più volte, da ultimo nel 1932 a cura del figlio Dr.Lorenzo, sono versi elegiaci, di carattere soprattutto dedicatorio come quelli in morte del “Maestro Antonino Palminteri” e “ L'epigrafe a Leonardo Cacioppo fu Vincenzo “ (in N. Bucalo Amico infra), madrigaliste, sempre colme d'esaltante entusiasmo giovanile e di sinceri sentimenti verso il bello, sensibili al fascino, agli eventi risorgimentali, talune liriche gradevolissime, tal altre ironiche e scherzose; qualcuna risente della costrizione alla rima.
Sonetti, rime elegiache, epigrammi, sciarade, esprimono la vivacità d'un ingegno brillante, creativo ed irrequieto. Perdute sono andate parecchie altre poesie e l'Ode per i caduti di Dogali.
I vari interessi della sua formazione lo inducono all'impegno dilettantistico - musicale ed al teatro drammatico della Compagnia Maieroni (nota la sua partecipazione nella rappresentazione della Morte Civile).
Autorevole Sindaco di Menfi, profondamente retto ed equilibrato, al Viviani si attribuiscono fatti ed interventi pubblici importanti e qualificanti, quale l'aver vanificato i tentantivi d'assalti di bande di locali facinorosi a famiglie ricche del paese e di averli poi convinti all'arruolamento garibaldino (1860).
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Calogero Viviani

Altro artista dell'articolata e prestigiosa famiglia Viviani, è Calogero Viviani (figlio di Leonardo e Serafina Ragusa : Menfi 1° ott. 1859 - Catania 15 mar. 1934 ).
Conseguito il diploma di pianoforte presso il Conservatorio di Palermo alla scuola del M° Edoardo Caracciolo, armonia col M° Favale e contrappunto col M° Pietro Platania, Viviani insegna a Milano ove ottiene gli apprezzamenti del Ponchielli e l'amichevole affetto di Puccini; nei suoi 180 concerti tenuti dal 1886 in Italia ed all'estero, Viviani riscuote successi entusiastici di pubblico e di critica.
A Menfi tiene due concerti poco prima di morire.
La stampa isolana (L'Ora e Il Giornale di Sicilia) ospita sempre con favore la nitida delicatezza musicale delle interpretazioni concertistiche del Viviani : “S.Francesco sulle onde” di Listz, l' “Appassionata” di Beethoven, l' “Andante spianato e grande polacca” di Chopin, le “variazioni” di Talberg e le pagine “dolorose” di Ketten “.....furono gli ultimi barlumi di un genio scomparso. Giacomo Puccini, che a Milano frequentò Viviani, volle imprimere con amorevole fermezza il suo giudizio sul di lui valore artistico nella lettera da Torre del Lago del 19 agosto 1902, nella quale attesta che ”“Nessuno meglio di me conosce le tue qualità artistiche tanto nell'eseguire al piano tanto nell'insegnare.  A Milano, molti anni fà, si faceva vita insieme e quasi ci siamo abbeverati alle stesse fonti musicali”” (da Giornale di Sicilia dell'11 giugno 1961).
Il Commissario Viviani, così chiamavo il bonario coinquilino della mia giovinezza (Egli a primo piano, io a pianoterra dell'ex Casa Morrione in via Vittoria), Dr. Lorenzo Viviani, (figlio di Ludovico e Chiara Ravidà – n. Menfi 21. 12.1879 – m. Latina), rifuggendo l'inerzia della quiescenza, segue il suo naturale impulso artistico e riprende gli studi musicali del periodo del seminario agrigentino, nell'alveo delle tradizioni dei suoi ascendenti.
Con appassionato impegno fonda la Corale S. Antonio presso la nostra Cattedrale, nella quale coinvolge numerosi giovani talenti locali (Piero Mistretta, Agostino Napoli, Rocco Cancila, Rino Ardizzone, Iolanda Ruberto che ospita a casa ove intrattiene frequentissime serate musicali di repertorio lirico, del canto sacro e del folclore siciliano.
La “Ninna nanna”, l'”Ave Maria”, la ”Leggenda Sicana”, serenata sentimentale del 1930, le romanze e le canzoni, i mottetti ed i canti sacri, sono le composizioni più note del vasto ed articolato repertorio musicale di Lorenzo Viviani, repertorio cui attingono numerosi ed eccellenti artisti del bel canto.
Il 29 giugno 1956 il Dr.Lorenzo Viviani offre alla Biblioteca San Giovanni copia dattiloscritta de “Le vicende di un Commissario in Sicilia“; in essa il funzionario ripercorre tutti i pericoli e le vicende che lo coinvolsero durante l'arco della sua attività isolana.
Dalle memorie emerge il coraggio, l'onestà e la tenacia dell'uomo, lo zelo del servitore dello Stato.
Viviani passa in rassegna oltre trent'anni di rischi personali, di minacce, di incomprensioni, dalla politica ondivaga del Ministero al pugmo di ferro del Prefetto Mori, da Villabate a Sambuca di Sicilia, a Cammarata, Piazza Armerina, Mistretta, Palermo, Enna, Biasacquino, Partinico, Piana dei Greci, Altofonte, Misilmeri, Marineo, Caccamo, Carini, Caltanissetta, Catania e per finire a Latina; sempre a lottare contro i fenomeni del diffuso banditismo e della delinquenza comune, fino a Giuliano: una puntuale disamina dei problemi delinquenziali e poi mafiosi che consentono di documentare l'antica piaga della Sicilia fascista e post-bellica.
L'Avv.Lionardo Morrione (1824 - 24.3.1896), patriota carbonaro e garibaldino, è un poeta di tendenza neoclassica e cultore di storia.
Come poeta esordisce nel 1843 con l'Ode “La Giornata di Marengo”pubblicata nel giornale a sfondo patriottico “La Fata Galante”n.4 del 1843 edito a Palermo, Ode che viene inserita nella “Biblioteca Sicula Sistematica” e riportata nel “Saggio storico-critico” sugli scrittori contemporanei più conosciuti tra il 1830 ed il 1876.
Nel 1849 Morrione compone un carme per la morte del padre, “Il sepolcro paterno” ed altro, “L'Addio”, di commiato dedicato alla sorella Calogerina che, sposandosi, si trasferisce dalla casa paterna a quella maritale di Sambuca.
Nell'Arpetta, Anno I n.22 del 1956 (Rivista di lettere ed arte diretta da Vincenzo Navarro) è pubblicato il componimento poetico su “Federico Secondo Svevo e la sua Corte in Sicilia” con il quale  Morrione  partecipa al concorso indetto dall'Accademia degli Zelanti di Acireale, ove  viene letto ed apprezzato.
Nel 1858, per i tipi di F. Natale da Sciacca, viene stampato il forte dramma poetico ”Pia dei Tolomei”, argomento già noto alla grande letteratura italiana, ma Morrione lo propone in cinque atti come occasione di vibrante esaltazione dei più profondi sentimenti umani, quali: la purezza assoluta di Pia, la gelosia cieca di Nello e la falsità malvagia di Ghino.
L'opera risente dell'atmosfera romantica del tempo, è ricca di toni moralistici e d'impegno psicologico; essa, riportata con lusinghiere considerazioni letterarie nella “Illustrazione dei più conosciuti scrittori contemporanei  siciliani dal 1830 al 1876” di Giovanni Di Pietro, è rappresentata con successo dalla Compagnia Maieroni.
Del 1880 e del 1883 sono rispettivamente le tragedie “ Eufemio “ e “ Crispo “ .
Un carme del Morrione dedicato a “La Carità”, viene pubblicato nell'Antologia Poetica Siciliana dell'anno 1885 tra nomi di grande prestigio poetico e letterario della Sicilia, così presentati da Francesco Guardione: “ I nomi qui raccolti nella più grande parte elevarono al passato le menti a grandi e nobili idee, che valsero a ravvivare le forze di un popolo caduto.....”; interessante la recensione che ne fà il Billotta (Bibliotecario dell'Università di Palermo) riportata nel volumetto di Francesco Valenti (altro menfitano del 1911 cultore delle lettere e della storia, deceduto in Palermo il 3.8.1989) edito da Civiltà Mediterranea di Sambuca; quì è ricompreso il carme “Per un Dipinto” dedicato ad una tela di soggetto neoclassico del palermitano Salvatore Lo Forte, le cui opere a carattere religioso, ritrattistico e paesaggistico avevano profondamente colpito il Morrione
Ma il nostro Lionardo rivela anche uno scrupoloso interesse per la verità storica, e si impegna nella disputa circa il sito dello scontro al Krimiso tra Greci e Cartaginesi nel 339 a.C. , inviando una relazione “Intorno al sito del Fiume Crimiso e della battaglia di Timoleonte” al Comm. Lionardo Vigo (Sovrintendente alle Antichità della Sicilia), relazione che é resa pubblica dai tipi degli Stabilimenti Lao di Palermo nel 1878; da essa apprendiamo anche noi che il nostro autore colloca il sito dello scontro al Belìce sinistro, nelle vicinanze della sua confluenza.
“Alcuni cenni sul Castello di Burgio Millusio” è il titolo del volumetto del Morrione, ultima sua fatica, stampato in Palermo nel 1894 dagli stabilimenti Lao, quì l'autore s'impegna ad argomentare la descrizione della fabbrica monumentale, la funzioni nel tempo dalla stessa assolte e la storia dei relativi fondatori; l'argomento è interessante perché lucidamente affrontato sotto vari aspetti e con dovizia di documentati richiami storici, tant'é che è buona fonte per le ricerca sulla prima Menfi.
Della poetica risorgimentale, poco nota ma significativa ed efficace, fanno parte i componimenti di dieci poeti, raccolti nel lavoro inedito del maggio-giugno1960 di Nino Bucalo Amico “Il Risorgimento nei poeti di Menfi” (Cat.Biblioteca Bjb103-851.9).
In questo volumetto dattiloscritto , Nino Bucalo Amico riproduce le poesie di Filippo Valenti (notaio): “Il Risorgimento italiano”, “Il 4 aprile a Marsala”, “ La caduta del Borbone”, “A Roma e Venezia “ del 1862, la dialettale (con lo pseudonimo Da Burgiomilluso) ”Ninu Campu a lu sessantasei“ ove riporta il salvataggio del Principe Umberto I nella campagna del 1866 ...e allorché vien fatto un quadrato di protezione a Villafranca Veneta, si lancia a prenderlo e portarlo in salvo..”, ed ancora “In morte di Vittorio Emanuele re d'Italia” e “In morte di Giuseppe Garibaldi”, indi “Un eremita alla tomba dei martiri del 1848”, “Il soldato garibaldino”, “In memoria di Vito Imbornone “, una rassegna di uomini ed eventi che danno l'idea della tensione morale dell'Autore verso l'ideale rsorgimentale.
Ed ancora dello stesso Valenti “ I Morti di Dogali“ del 26.1.1887 nella quale, una sestina, ricorda il sacrificio del contadino-soldato menfitano Filippo Fasullo:
“....Sabbia infuocata, un martire- riposa nel tuo seno - Menfi gli è patria, il barbaro - L'uccise, ed or sereno - beffardo nel tripudio impavido si stà.....”,
e poi “Ai Caduti di Amba - Alagi” Abissinia 7.1.1895, per la battaglia di “Abba Garima“ del 1.3.1896
Del Valenti, abbiamo trovato le Poesie autografe (Cat. VAL B.J.b. 106) ed altre dattiloscritte di carattere dedicatorio, alcune sono epiche risorgimentali, altre satiriche, altre amorose, sonetti, arie e filastrocche scherzose.
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Voenna Rosina

Qui riportiamo il Sonetto con la dedica “All'esimia cantante signorina Voenna Rosina, allieva del nostro compaesano Maestro Palminteri signor Antonino, per la serata di beneficenza nel teatro Comunale di Menfi”:
- In riva al po, ove sorride il cielo - sfolgorante di sole, e la procella - fugge ai suoi raggi e si dissolve il gelo - vaga Rosa fiorì, purpurea e bella. - Menfita un genio innato il verde stelo - innaffia di rugiada, e in sua favella, - con amor coltivandola e con zelo, - Dea del cuor la nomò, Itala stella. -Quel fior sei tu che del gentil sicano - le melodiche sveli note, o Voenna- e ci trasporti nell'ignoto arcano. - Qual mai per te inventar con degna strenna - se il tuo canto ispirato e sovrumano- il paradiso a noi mortali accenna !
-Carità ed Amore, è “ recitata nel marzo 1899 ....dalla ragazza in questo Teatro Comunale per la serata di beneficenza in favore dei poveri di Menfi ”; altra poesia viene composta “...in occasione dei terremoti avvenuti in Calabria e Sicilia nell'anno 1895 e  “Per una serata data dai ragazzi di queste Scuole nel Teatro Comunale di Menfi”, una ragazza recita la poesia  “ L'Italia non è terra dei morti... ” ;
Ritenendola interessante perché caratterizza l’usanza di circuire le ragazze più sfortunate impiegate a servizio delle famiglie abbienti, riportiamo la poesia seguente destinata dal Valenti …“ Per una serva del mio tempo allorché ero giovinotto e scapolo”
Aria Siciliana
- Quannu, baggianiannuti
- Nccirrata ed attillata
- La mantillina all'aria                    
  Chi un pari di criata,
  Ti voti, e sboti, e ridi
  Cu ddocchiu latru to.        
- La carni si lu cridi                    
- M'arrizza a modu so.                
- Pirchì 'ntra 'nnormi e smorfii                
- T'allattarii biddicchia                    
- Si poi ti neghi a darimi                    
- Di ssu to ciatu anticchia ?
- Anzi m'ammustri l'agghi,
- Ti metti a tu pri tu.
- E di sti granfi sgagghi,
- Com'un cci fussi cchiu !
- T'allisciu ? ... e ammizzigghi
- Tratteni e poi....sguddicci
- Com' una mula fausa
- Ch'un voli 'ntoppi e 'mpicci
- Ti voju ? ..ciunni e scappi
- T'abbrazzu ? E un cci si a iu
- Ma si 'nna vota 'ncappi...
- Poi m'à circari tu.

A Carlotta Bellipanni, soprano ospitato il 18 novembre 1883 al Teatro comunale di Menfi ove, con l'orchestra diretta dal nostro Palminteri ha tenuto un concerto, il Notaio Liberatore Palminteri dedica due poesie che, stampate, sono divulgate in foglietti ritrovati fra quelle di Filippo Valenti.
Ma lo stesso Nino Bucalo Amico, noto per il libro “Menfi nel Risorgimento”stampato da Grisetti Milano nel 1955, nello stesso riporta qualche sua poesia come:
“Munnarisi di Bilici” nella quale rappresenta la miseria e le quotidiane fatiche delle mondine, o i detti popolari, “Li parti di patri Don Mircione (Cacioppo)” di cui esalta la bontà, mentre altri versi popolari su Antonino Maria Giattini sono di scherno per cui l’Autore condanna l'ottusa irriconoscenza popolare verso l’illustre Prelato, o come i versi dedicati ai “Caduti del 1915-18, Presente !....”, ad Amedeo d'Aosta, Nairobi-Kenia dell'aprile 1942 “Duca Guerriero “, ed ancora i versi epici e risorgimentali della poesia “Marsala dopo la tormenta “ del 1944, quelli dialettali rievocanti la guerra in Russia del 1945 “Prijera d'una matri“, quelli satirico-umoristici a sfondo politico-morale “ Chisti jorna “.
La silloge di ricerca del Bucalo-Amico propone la “Musa popolare”; queste pagine riportiamo integralmente per l'efficacia storica degli argomenti :
“Dopo il 1848 un monaco di S. Anna andava in giro cantando:
- Stati allegri, Siciliani,                  
 - chì di li guerri nui semu luntani;                
- non si vidi cchiù fumi di guerra,              
- animi morti e cavaddi a terra;             
- quannu a li fimmini, mischini,                
- ci scippavanu aricchini,                   
- ci taggiavano l'aricchi 'n fretta                
- e si mittianu 'n zacchetta.
“Dopo il 1849.....a Menfi, per cospirazione e delazione forse, vengono arrestati dal Borbone, il sac. Pietro Bivona, il can.A.M.Giattini e il Gioacchino Ognibene”. Il popolino menfitano canta:
    - Tutti li 'nfami fìciru complottu                
    - Ninu Giattini pigghiaru pi capu,            
    - Petru e Jachinu c'attizzanu focu,                
    - e cù ci metti ligna 'ncapu.
“1860 nel fatidico anno della definitiva riscossa antiborbonica il Notar Vito Imbonone fa cantare a “Pasquino” durante le recite nel locale Teatro “Pignatelli” la seguente sua filastrocca alla speranza di tempi migliori :
- Ahi, chi siti !
- Moru, chi fami !                        
- Mangiavi l'autra jeri                
- ed oj no.                            
- Si nun è chiacchira                        
- soccu s'ha dittu,                       
- 'stu gran pitittu                        
- Ni passirà..........
“Del Dottor Riggio ( ? ) il Bucalo Amico riporta, dopo il 1860”, la dialettale Trasìu Cuvernu novu
- Trasiu cuvernu novu
- ricchizza e gran tisoru                    
- n'aviti 'nquantità ! :                      
- 'Na mennula non trasi,                    
- né nuci né nuciddi;                        
- cuttuni cu l'ariddi                        
- ma no, nun trasi cchiù !
“Del Notaio Liberatore Palminteri” riporta una canzone popolare “In occasione della guerra Libica (1911-12)”: una filastrocca che induce a riflettere sulla inopportuna scelta colonialistica dell'Italia.
“Di tale Ros. Di M.” (?) (Rosetta Di Marco?) trascrive l'inno del giugno 1937 “Frecce nere” dedicato ai volontari italiani della rivoluzione di Spagna.
“Delicatamente pennellata, dice Bucalo, è la visione che la poetessa menfitana Rachele Lombardo ha dell'italo Esule, Mazzini” per il quale riproduce, L'Esule.
    C'é in tutti i poeti una forte tensione di epica risorgimentale e profonde sensibilità di carattere religioso, caritatevole, amoroso, satirico.
E tale tensione degli spiriti attenti e sensibili della Menfi romantica, patriottica, carbonara e risorgimentale, esplode prepotentemente nell'opera di colui che portò nel mondo lo spirito sognatore, forte e profondo della propria terra: Antonino Palminteri (Menfi 3 ott.1846 – Pistoia 31 lugl.1915) figlio di Baldassare e di Paola Ragusa.
Il Maestro, esordisce quale compositore con l' “Imene dei Rizzari“, una breve opera drammatica giovanile che risente dell'accademismo tecnico; le qualità migliori del nostro Palminteri emergono nella “Amazilia”, dramma in quattro atti del librettista Zanardelli; l'opera, presentata con successo di critica e di pubblico al Teatro Del Verme di Milano il 13 ottobre 1883 ed al Regio di Parma con undici repliche, entra nel repertorio delle opere importanti del Conservatorio meneghino.
L' “Arrigo II”, dramma lirico in quattro atti su libretto di Ramirez, conferma -ove ce ne fosse stato bisogno- la coerenza drammatica e gli accessi del lirismo romantico del Palminteri che già sin dalla prima di Monza del 12 ottobre 1878 riceve il lusinghiero favore del pubblico che apprezza il coraggio delle novità musicali introdotte dall'opera; seguono le rappresentazioni di Voghera, Ferrara, Novara, Casale Monferrato e Bergamo.
Il successo del Musicista e del Direttore lo introducono nelle Edizioni Ricordi che volentieri pubblica le due opere ed affida al Maestro l'incarico di consulente editoriale.
Molte sono le ulteriori composizioni da camera per canto e pianoforte del Palminteri:  ne “Il menestrello” e nella “La Pia dei Tolomei” in particolare, il Maestro dà la misura della matura delicatezza musicale.
L'attività del Compositore rallenta per intraprendere quella di docenza al Conservatorio di Milano nella cattedra che era stata di Amilcare Ponchielli, riprende  la bacchetta solo dal 1886 per dirigere l’Orchestra del Teatro Nazionale di Spagna con Carmen di Bizet, Favorita di Giordano, Aida di Verdi, Lohengrin di Wagner, Otello di Verdi, e quella di Buenos Aires e di Pietroburgo con ulteriori opere liriche.
Palminteri torna a Palermo per dirigere, alla presenza dei Reali d'Italia, il Loehngrin wagneriano.
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A Menfi il maestro, in una delle numerose presenze al  “Romitaggio”  di Contrada S. Antonino, lo raggiungono gran quantità di amici, musicofili e cantanti che intrattiene in ameni rendez-vous musicali; il 18 novembre 1883, in una serata al Teatro Comunale di Menfi, il Maestro accompagna al pianoforte la sua ospite ed amica, il noto soprano drammatico dal vasto repertorio lirico Carlotta Bellipanni: per quella occasione, Liberatore Palminteri dedica all'artista due poesie ( Bella non sei, ma come un vago fiore.....; Amor non è! La fragile eroina misteriosa....).
Nel 1914 Palminteri collauda l'organo della Chiesa dell'Addolorata e in altre successive serate teatrali menfitane, accompagna, sua ospite fissa, il soprano lirico-drammatico Rosina Voenna da Bariano (Bg) dal cui repertorio se ne deduce lo spessore: debutta con Ione di Petrella al Teatro di Casalmonferrato, poi con Ione e Ballo in Maschera di Verdi al Del Verme di Milano, al Ceprollo di Roma con Loehngrin di Wagner, al Viadana con Lucrezia Borgia di Donizzetti, al Regio di Torino con L'Ebrea e il Duca d'Alba di Giovanni Pacini, al San Carlo di Napoli con Roberto il diavolo di Meyerbeer e L'Ebrea, alla Scala con L'Ebrea .
    Tornato a Pistoia, il 31 luglio 1915 Antonino Palminteri vi muore.
Tutti i testi e le collane di storia della lirica italiana, sottolineano l'importanza del compositore e le raffinatezze interpretative del Direttore M° Antonino Palminteri.
Dell'ultimo periodo del Palminteri é il tenore menfitano Giovanni Cattano di Vincenzo, che giovanissimo canta a Menfi ma che debutta poi a Milano nel maggio 1934 nelle vesti di Sir Edgard di Ravenswood della Lucia di Lamermoor di Donizzetti; Egli emigra a New York ove canta nei pubblici teatri per alcuni decenni. Altro grande figlio di questa terra, formatosi nel clima dell’ideale romantico dell'Ottocento è il Dr. Santi Bivona ( Menfi 18 dic.1853 – 13 mag.1932 fgl di Gaspare e Damiana Alcuri).
Del Dr. Bivona non so riferire se è da considerarsi più grande e prevalente l'uomo di scienza, il filantropo o il sagace amministratore dal cui fattivo apporto scaturiscono le fondamenta di civiltà della Menfi del Novecento.
    Come studioso di medicina Bivona,  specializzato in oculistica presso l'Università di Bologna con relativo perfezionamento alla Sorbona di Parigi, spazia in altri ambiti specifici medici le cui problematiche, pubblicate, suscitano l'interesse e l'apprezzamento del Direttore della Clinica Oculistica dell'Università di Roma ove una lapide tuttora lo ricorda accanto ai grandi oculisti italiani.
Il vasto interesse scientifico-medico ed il tenace impegno di ricerca valgono al Bivona la nomina nel 1912 a socio onorario dell'Accademia Scientifica di Pietroburgo.
L'uomo, il cittadino, il mecenate Bivona ci lascia testimonianze di grande valore etico: la cura gratuita dei bisognosi (e sono tanti!), la premurosa e discreta carità verso i diseredati, le generose oblazioni nelle iniziative di pubblico bene, il saggio equilibrio politico ne fanno il riferimento costante delle generazioni che ancor'oggi sovente lo  ricordano a proposito della Cosa pubblica sagace, fattiva ed onesta.
Il ricercatore si interessa, come altri del suo tempo, di storia locale, scrive dell'incremento demografico come fattore economico della Città, scrive su Burgiomilluso, su Porto Palo ipotizzandovi l'antico sito di Pitia, su Santa Caterina di Belìce e sull'arabo fiume Carbo, insomma Bivona è uno spirito ecclettico sempre teso al sapere.
Il Bivona Sindaco di Menfi dal 1903 al 1916 (ed anche consigliere provinciale per otto anni), liberaldemocratico, cattolico praticante (immancabile ritiro spirituale annuale durante la settimana santa) si mostra saggio, intraprendente e tenace nonostante le numerose, famigerate avversioni politiche e non (venne avversata l'adduzione dell'acqua potabile dalla Contrada Favarotta, dagli quegli interessati che, detenendo l'appalto della fornitura, definirono nella pubblica raccolta di firme, l’adduzione dell’acqua…. una jattura  per il paese! - (Arch.St.Com.Cat.X 683b e segg).
L'Avv.Angelo Abbisso da Sciacca, poi deputato, appoggiato da non pochi facoltosi menfitani ( Rotolo, Giarratano, Giambalvo ), é il fiero oppositore di Bivona che tuttavia lo sovrastò per impegno ed autorevolezza ( si ricordano i veti saccensi all'ampliamento del porto ed all'attracco del piroscafo in Porto Palo, alla stazione ferroviaria in Menfi favorita dal Ministro Gianturco per gli interventi del Bivona ).
Bivona viene plebiscitariamente eletto Sindaco di Menfi: un corteo popolare di giubilo lo conduce, a tratti a spalla, per via Vittoria, da casa Rotolo una secchiata d’acqua: Bivona ferma la folla inferocita.
Il Sindaco Bivona, indirizza subito la sua opera politica ed amministrativa al risanamento igienico-ambientale della Città con l’avvio di norme che valgono a debellare molte malattie diffusive, col il recupero dalle malattie anofile degli acquitrini di “Passo Gurra”, con l'istituzione di enti d'assistenza sociale e sanitaria quale l'Ospedale dei Poveri che trasferisce (da Sindaco e da Presidente pro-tempore) nei locali dell'ex Convento dei Cappuccini di Via della Vittoria (ne fu anche Direttore ad interim), con l'inserimento di Menfi nei circuiti economici e sociali dell'Isola realizzando la stazione ferrovia ed il potenziamento delle strutture marinare di Porto Palo, con l'ampliamento dei locali scolastici e l'incremento del numero delle classi, con la razionalizzazione fuori abitato degli ovili e degli stallatici, con l'installazione della rete idrica nelle abitazioni, con la sistemazione della rete fognante nelle vie e nei cortili.
Quì non si tratta del valore -certo non indifferente- delle opere e delle iniziative in sé, quanto principalmente della visione politica perseguita con tenacia e coerenza dal Bivona, autore e guida del progetto delle nuova Menfi: è l’idea di una nuova Città ed il benessere del Cittadino che motivano il Sindaco, una Città in grado di tutelare interamente quei diseredati che da Lui ricevono una speciale considerazione, una Città in grado di poter assicurare a tutti pari opportunità ed occasioni di progresso civile ed economico, una Città per la quale in ogni occasione  Bivona ha politicamente lottato perché non fosse seconda alle altre del circondario.
    E tuttavia, forse anche per questa sua posizione estrema e per la forte sua formazione, Bivona fu incapace di compromesso etico e politico (non colluse mai col Potere e col Regime; fu incline più all'ideale Monarchico che a quello socialista, non aderì mai al P.N.F.anzì ispirò l'opposizione dei suoi seguaci): era, così, fatale che le avversioni politiche locali si  trasformassero in rancore !
L'inchiesta amministrativa Gaglio del 2 agosto - 24 novembre 1915, si dice ispirata proprio dagli avversari locali, ne é appunto la riprova : le puntuali ed articolate controdeduzioni conclusionali del Bivona del 18 agosto 1916 smontano ogni pretestuosa accusa  che è costretta a riconoscere al Sindaco il carisma dell’onestà e della concretezza, al politico i meriti della rettitudine, all'uomo la cultura della saggezza, al Medico la generosità del mecenate.
Uomo libero che attraversa indenne le tensioni locali e le beghe del primo fascismo, dal quale ebbe ufficialmente considerazione e rispetto, nonostante Bivona  notoriamente non fosse vicino al regime.
Il 13 maggio 1932 il Dottor Santi Bivona muore, la Città venne ornata a lutto, i cittadini lo piansero, le Autorità (anche quelle del regime) lo onorarono ufficialmente.
Da questi Uomini: politici, poeti, artisti, scienziati, amministratori dell'Ottocento deduce il patrimonio dei valo-ri del primo Novecento di Menfi, da cui ebbe avvio la stessa coscienza sociale e politica della Comunità.
Cap.VI

Il Novecento: fra guerre, fascismo, fatti e fattacci

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Chiesa San Francesco

Il 27 gennaio 1901, muore a Milano Giuseppe Verdi: tramonta con Lui un'intera epoca  che si era riconosciuta nel melodramma nazionale del quale Verdi era stato l'ultimo più famoso rappresentante.
Il 28 dicembre 1908 un gravissimo terremoto devasta Messina e le zone vicine, provocando nella sola Città oltre ottantamila vittime.
Al censimento del 1901 a Menfi si registrano 10.096 abitanti; tra essi erano inclusi gli “esposti”.
La generalizzata, antica vergogna sociale dei bambini nati fuori dal matrimonio ed abbandonati all’antica “ruota” (c. d. ”esposti”) presente anche a Menfi, viene regolamentata dal Consiglio Provinciale nelle adunanze del 9 e 10 agosto 1904, che agli artt. 4 ed 8 così recita: 4 ” E’ soppressa la ruota. Presso ogni Comune viene adibita una ricevitrice, alla quale potranno essere consegnati i bambini esposti. La consegna degli esposti verrà fatta all’Ufficiale dello Stato Civile, sia direttamente che per mezzo delle ricevitrici degli esposti”  “ ed 8 : “ Ogni esposto, all’atto della presentazione, verrà dall’Ufficiale dello Stato Civile contrassegnato con un laccio di seta passato intorno al collo, le estremità del quale saranno congiunte ed assicurate con una medaglina di piombo, debitamente compres-sa a mezzo di apposito punzone. La medaglia porterà da un lato la legenda del Comune e sul rovescio la lettera del sesso dello esposto, nonché il numero di matricola. Si avrà cura che il laccio resti attaccato al collo del bambino in modo che non impedisca la libera circolazione del sangue, ma che non possa passare dalla testa. E’ vietato togliere ai bambini il loro segno di riconoscimento, meno nei casi di malattia, qualora ciò sia prescritto dal medico. In questo caso il laccio e la medaglina dovranno essere consegnati all’ufficiale dello Stato civile e la rinnovazione deve essere fatta tosto previa redazione di apposito verbale da parte dell’ufficiale dello Stato civile, in duplice esemplare, di cui una copia sarà trasmessa all’Amministrazione provinciale, prendendone nota nel registro di matricola”.
Superata un’età non meglio precisata dal Regolamento, i bambini venivano affidati ad “allevatori”, cioè  a persone che ne curavano la crescita e li avviavano al lavoro.
Una usanza questa che rammenta quella dei pastori che etichettano gli animali ed allevano i cani per la guardia.
Del resto il fenomeno s’innesta in un quadro complessivo dell'Italia d'inizio secolo scorso ed in quello di una Sicilia che è, in particolare,  tanto sconfortante  quanto moralmente inaccettabile sotto il profilo sociale ed umano.
La politica della sinistra crispina e giolittiana lanciata nella gara per l'accaparramento di aree coloniali in Africa, in verità viene accettata con ottimismo dai nostri contadini che vedono nella terra libica la prospettiva di lavoro e di sviluppo: i siciliani  d’Africa sognano la riunificazione ai loro fratelli di Sicilia.
Il Partito dei Lavoratori Italiani, nato nel 1892 dall'unificazione dei socialisti con le società operaie, ispiratore delle lotte di piazza e nelle campagne, mentre riesce a stimolare risoluzioni politiche che al nord assieme alle Camere del Lavoro inducono Giolitti ad una nuova politica salariale e spingono industria, artigianato ed agricoltura ad integrarsi ed a produrre a prezzi concorrenziali, non è in grado di motivare analoghe risoluzioni per il sud : quì la crisi generalizzata mette a nudo ciò che sarà definita la “questione meridionale”, ancor'oggi viva ed acuta, quì la lotta politica diviene aspra.
Il Novecento, insomma, eredita tutti integralmente i problemi economici e sociali dell'Ottocento isolano ove nessun investimento é ora a maggior ragione possibile, giacché le risorse nazionali sono destinate all'industria bellica operante quasi integralmente nel nord. Eppure Giolitti, variamente definito “Ministro delle riforme” o “Ministro della malavita” secondo l’appartenenza politica di chi parla o scrive, avvia la scolarizzazione elementare obbligatoria a carico dello Stato alleggerendo i Comuni, riducendo l'elusione e contrastando di fatto l'analfabetismo che perciò si riduce al 38% già nel 1911: la scuola giolittiana - dove il libro Cuore è una lettura d'obbligo - deve educare più che istruire, deve preparare gli scolari a divenire lavoratori disciplinati ed efficienti.
In vista delle elezioni del 1913, Giolitti introduce il suffragio universale estendendo il voto a tutti i cittadini maschi, adulti anche analfabeti (escluse le donne come per l'intera Europra) ed avvia la prima legislazione sociale con l'INAIL , col Fondo Pensione per i Lavoratori Anziani, con la tutela del lavoro di donne e fanciulli, ma é  l'impresa libica a segnare la fine della leadership giolittiana.
Nel 1914 la destra conservatrice torna al potere; il sistema dell’alternanza viene messo in crisi da crescenti scontri sociali e dalla radicalizzazione dei gruppi parlamentari.
In questo quadro nazionale, Menfi continua a trascinare seco i soliti problemi di terra e di fame dell'Ottocento, poco é cambiato anche perché dai sogni dell'idealità unitaria alla realtà dei problemi amministrativi e politici dell'Italia post-unitaria v’é una differenza sostanziale: la fame, la miseria, le malattie da denutrizioni e le morti perinatali, l'ambiente miserabile di vita delle famiglie proletarie deluse dal fallimento della politica della sinistra e dal soffocamento crispino dei fasci dei lavoratori, caratterizzano lo spaccato d’una realtà nella quale annaspano invero tutte le l'Amministrazioni locali, delle grandi come delle piccole Città d’Italia..
E tuttavia la Nostra, indirizza la pochezza estrema delle risorse economiche disponibili, prioritariamente verso obiettivi umanitari, verso i diseredati, verso le strutture di assistenza sociale quale l'Ospedale dei Poveri, e le fondazioni benefiche, riesce ad intervenire con l'autorevolezza del Sindaco a strappare i contributi statali per il risanamento ambientale come per gli acquitrini di Cavarretto e Passo Gurra ove annida la zanzara anofila e la malaria, o per la rete fognante e l'acquedotto, per la sistemazione delle regie trazzere, per il rilancio dell'economia di esportazione (sommacco, manufatti di palma nana, frumento, orzo) sia per mare che per ferroviaria, onde le iniziative in Porto Paolo e nei collegamenti viari e ferroviari citati, mentre per la selciatura di vie e cortili provvede in proprio.
Sono aumentati i borgesi, incrementata l'entità media patrimoniale terriera pro-capite (da 11-12 Ha del 1880-1900 a 16-18 Ha del 1901-1914), la produzione cerealicola, vinaria ed olearia supera il fabbisogno perciò parte viene venduta sul mercato di Palermo: ma il divario – lungo il crinale economico e morale - fra la borghesia terriera ed il bracciantato e piccoli proprietari é ancora grande, a questi ultimi manca persino la speranza di modificare la propria situazione.
Il brigantaggio, vera piaga d'una Sicilia che, ritenendo risolti dall'annessione unitaria gli antichi problemi,  è delusa dal soffocamento poliziesco contro i fasci dei lavoratori ed i capi delle fazioni sindacali, é appesantita dalle leve militari che convogliavano uomini dai campi al fronte libico prima e a quelli del primo conflitto mondiale poi, soffre il fenomeno che si presenta inizialmente come espressione della fame.
In Menfi, furti di grano e incendio dei covoni, furti di bestiame dagli ovili, scasso e furto dei casolari, omicidi e rapine, già ancora prima della “grande guerra” costituiscono un problema sociale permanente: furti e rapine 1900-1914 n° 273 – omicidi  n° 32 – morti accidentali n° 72 – suicidi n° 16. Per l'intero cinquantennio del nuovo secolo la presenza media nelle locali Carceri del Mandamento (Menfi – Sambuca - S.Margherita e Montevago) è di oltre di oltre 1000 unità l'anno, solo a fine guerra incomincia a scendere lentamente.( ASC 945.822 GAG B.j.b 102 Menfi al 1954 )
Il Comune provvede alla sovvenzione ed al trasporto dei carcerati presenti nelle locali carceri mandamentali già sin dal 1847, e dalle contabilità rese al Ministero (1847-1858 e 1930-1943) è possibile rilevare un'elevata media annua di ospiti, sia menfitani che di Sambuca, S.Margherita e Montevago (ASC Catg.VII fasc.5-1).
Lo sconfortante clima locale è speculare rispetto a quello nazionale il cui contesto (ovviamente nel più ampio rapporto) è incerto, disorientato: l’Italia è divisa fra interventisti e neutralisti, con ambienti politici ed industriali variamente influenzati e corrotti da Francia ed Inghilterra per l'Intesa,  da Germania ed Austria - Ungheria per la Triplice (cui aveva aderito l'Italia sin dal 1882), ciascuna delle quali vuole l'alleanza militare italiana, (la cui economia peraltro era controllata da banche con capitali francesi, inglesi e tedeschi); orbene l'Italia, il 3 maggio 1915 abbandona la Triplice Alleanza ed il 24 consegna all'Austria - Ungheria la dichiarazione di guerra ( il 26 aprile 1915 il Governo -all'insaputa del Parlamento - aveva già segretamente firmato con Francia ed Inghilterra il Patto di Londra secondo il quale a guerra vinta l'Italia avrebbe avuto riconosciuti i territori del Trentino e Tirolo fino al Brennero, Gorizia, Trieste, l'Istria, la Dalmazia - esclusa Fiume - e le isole del Dodecanneso); orbene, in siffatta cornice l’affamata Sicilia - nel suo complesso - manifesta una tendenza interventistica.
La guerra dai più é accettata come una necessità di forza maggiore, é messa da parte la divisione politica così aspra nel periodo giolittiano fra nord e sud e la stessa questione meridionale, Vittorio Emanuele Orlando può permettersi di definire la guerra giusta e necessaria e dichiarare : “ Pensate: tutti gli italiani, per tutta l'Italia ! Mai, da secoli, sin dalla caduta di Roma, era così disceso in campo il popolo italiano; mai avevamo sentito così intensamente nostro, così tutto nostro questo esercito,.....Ogni terra d'Italia gli ha dato i suoi uomini... L'unità nazionale era talvolta apparsa quale un edificio di pietre semplicemente sovrapposte; il sangue fraternamente sparso dallo Stelvio all'Isonzo è stato il cemento, che renderà l'opera definitiva. Come si spiega questa misteriosa virtù, onde il pericolo accomuna gli uomini assai più della gioia e il sacrificio e le sofferenze insieme durate li legano assai più della facile vita, in maniera indissolubile ? “
La Menfi dei possidenti e borghesi, quella colta e studentesca é interventista, si schiera per la guerra, quella ispirata da ideologie di sinistra, bracciantile, proletaria ed operaia, quella della fame ne é apertamente ostile.
All'atto dell'attivazione delle leve militari si ripropone il fenomeno della renitenza (Cfr. ASC cat.VIII 619), diffuso soprattutto nello strato contadino.
E tuttavia questo non é che un aspetto trascurabile, se poi in effetti tutta la Comunità intimamente sente il grande evento, soffre ed é vicina ai propri figli; i soldati menfitani rispondono al sacrificio bellico con generosa abnegazione: chiamati alle armi per la liberazione di Trento e Trieste, partono 382 uomini gran parte dei quali, nel maggio 1914, sono inviati dopo breve addestramento al fronte di operazioni belliche.
Di questi 108 cadono con onore sulle varie Quote, a Seibusi, S.Marco, Lemerle, a Doberdò, Monfalcone, Gradisca, alla presa di Ronchi, a Castagnevizza, con cibo e vestiario insufficiente, al gelo d'alta montagna, nel fango delle trincee e delle casematte, sotto il fuoco dei cannoni e delle mitragliatrici nemiche, molti dei nostri concittadini restano invalidi o mutilati, molti riportano per sempre le conseguenze patologiche dell'iprite o di queste muoiono nel sanatorio di Palermo.
Nessun menfitano risulta essere stato incluso nelle liste di decimazione per ammutinamento: stanchi, infatti, dei tanti massacri inutili, della fatica, della fame, i soldati si ribellano in molte unità, uccidono i propri ufficiali o sono uccisi dai carabinieri che controllano le fughe dai ranchi.
Fra il 1915 ed il 1918, 340.000 soldati (quasi quanto i morti in combattimento, circa 400.000) sono processati dai Tribunali militari, tra questi nessun menfitano.
Anzi, un Albo d'Oro del Ministero della Guerra riporta anche i caduti menfitani del 1915-1918 (ASC Cat.VIII 655 b.), ed alla memoria dei medesimi il Comune - negli anni trenta - destina la lapide del monumento al Milite Ignoto.
Al disastro di Caporetto dell'ottobre 1917 si affianca una crisi economica e sociale diffusa e pesante per l'Italia, a Menfi la situazione è particolarmente grave specie fra le classi più povere della campagna, proprio quelle che avevano dato il maggior contributo di soldati e di morti.
La municipalità soccorre le famiglie dei militi con appositi sussidi per l'intero periodo bellico e fino al 1929 (ASC Cat.VIII 626,627,628), e per colmare almeno in parte il mancato apporto del familiare al fronte, alle famiglie più povere, assegna a prezzo politico il pane del forno municipale. (SC Cat. III 126 b)
Al disastro materiale della guerra un altro flagello si aggiunge: la spagnola, un'influenza virale che nel mondo causa circa cinquanta milioni di vittime, ed a Menfi 273 morti.  (Arch. Statistico Ospedale Giambalvo, 1915-1919)
Sul Piave, si decide la liberazione dei territori nazionali e la fine della guerra, là caddero molti dei Ragazzi del '99 menfitani, eppure il 4 novembre del 1918 quando, tramite il Comune, il Ministero della Guerra dirama il bollettino della Vittoria del Generale Armando Diaz, la Comunità percepisce un senso di liberazione e di speranza, festeggia per le vie e nella Piazza di Città con la bandiera tricolore al vento.
Gli anni che seguono sono anche ed ancora per Menfi anni di miseria estrema, almeno per la massa bracciantile ed artigianale che conduce una vita assai grama per lo scarso e mal pagato lavoro; la delusione poi del mancato benessere promesso ai reduci, ingrossa il movimento operaio locale e incoraggia qualche timido sciopero sindacale sull'onda della antica fame di terra: sembra, in ciò, di scorgere una nuova coscienza civile e sociale, sulla scia di quanto avviene ovunque in Italia con le rivolte popolari organizzate dalla sinistra socialista e comunista che danno forza e connotazione politica alla esasperazione della gente.
Da queste esperienze di fame e di lotta per le conquiste sociali, scaturisce il bisogno di solidarietà un tempo affidato alla Società di Mutuo Soccorso.
La necessità di socializzare dentro un guscio di larvato corporativismo, ma anche di richiamo a quel forte calore umano che nel 1896 aveva indotto operai, artigiani e commercianti a fondare il Circolo Operai già “Felice Cavallotti”, ora spinge altri gruppi a fondare nel decennio 1920-1930 la Lega Navale, il Circolo L'Unione, il Circolo Reduci e Combattenti, la Biblioteca Popolare Circolante (poi Santi Bivona, fonda-tore), la Biblioteca Parrocchiale S.Giovanni (18 gennaio 1947) fino al Circolo Universitario e di Cultura (1949): luoghi di riferimento socio-culturali che mitigano il disagio morale ed affermano il concetto e la scelta di “appartenenza”.
Del resto questa nostra situazione è perfettamente speculare a quella più generale sofferta dal popolo siciliano.
Alla fine del conflitto l'economia bellica di tipo industriale di Sicilia (nitroglicerina e zolfo, granate e proiettili, nolo delle navi Florio e cantieristica) cessa, mancano capitali e tecnici in grado di trasformare - come avviene al nord - i 211 stabilimenti ed i 25 mila operai; tiene, invece, la produzione cerealicola ed il relativo mercato nonostante l'abbandono di decine di migliaia di ettari di terra per i chiamati alle armi che aveva immiserito le piccole aziende; tiene il latifondo e la pastorizia; i prodotti caseari subiscono un boom; crolla il mercato del vino, del cotone, degli agrumi, dell'olio, considerati non strettamente necessari in un clima di diffuso disagio economico.
L'antica fame di terra da parte del bracciantato risulta esaltata, il riadattamento alla normalità della vita civile diviene assai arduo, le attività economiche stentano, gli impieghi e le professioni risultano immiseriti, la massa dei reduci e combattenti pone una serie di problemi di ardua soluzione; la sostituzione della tradizione democratico - crispina col nuovo staff politico di Sicilia, tra le elezioni del 1919 ed il 1924, scompare nell'anonimato dell'agonizzante regime liberale.
Si viene a determinare un'imponente massa d'urto formata da braccianti, contadini, mezzadri, piccoli affittuari coltivatori diretti appartenenti in parte al mondo del lavoro ed in parte a quello del capitale, guidati dalle associazioni locali di combattenti e reduci, dal partito popolare dei cattolici delle cooperative agricole e delle casse rurali, dai socialisti delle camere del lavoro comunali e provinciali e dalle leghe contadine: ovunque in Sicilia si manifesta e si avvia una lotta che spesso si conclude con l'assassinio dei caporioni.
Nel 1919 il movimento contadino ed operaio è violentemente contrastato dalle “squadre d’azione” (onde Squadristi, che indossano la “camicia nera” degli “arditi” della 1° guerra mondiale) sostenute da agrari, industriali e parte delle piccola borghesia timorosi di un’eventuale vittoria della sinistra.
Lo Squadrismo diviene protagonista  della marcia su Roma del 28 ottobre 1922.
Così, rifiutatosi il Re di dichiarare lo stato d’assedio per disperdere gli squadristi, persuaso che Mussolini avrebbe  rabbonito le camicie nere e portato la serenità in un Parlamento lacerato da sterili problematiche ed in un Paese in rivolta sindacale ed in dissesto morale e materiale, affida a Benito Mussolini il compito di formare il governo.
Tra i primi atti del Governo, la riforma istitutiva del Gran Consiglio del Fascismo, che qualche tempo dopo avrebbe praticamente esautorato il Parlamento, e l’organizzazione (1923) della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (vero e proprio esercito privato del Partito Nazionale Fascista ) la cui ossatura è costituita dalle Camicie Nere.
Intanto dall’organizzazione politica dei Fasci dei Lavoratori, Mussolini il 7 novembre 1921 fà dedurre e fonda il Partito Nazionale Fascista che diviene l’organismo gerarchico di controllo di tutti i gangli della società civile e dell’amministrazione dello Stato: il PNF è sottoposto alla Volontà del Duce.
In Sicilia  sin dal 1923 vengono costituiti centinaia di fasci: nell'agrigentino 22 fasci; a Menfi  nel 1923 il fascio s’insedia in via Leonardo Cacioppo (casa natale dello stesso), primo segretario del P N F é nominato il Cav. Melchiorre Viviani
Il risultato delle elezioni politiche anticipate del 1924, va oltre ogni più rosea aspettativa fascista: il listone capeggiato da Vittorio Emanuele Orlando ( in seguito uscito dal gruppo della Camera) ottiene il 70,4%: i 38 candidati della lista sono tutti eletti, e pur se non sono state elezioni libere, quelle del 1924 danno al fascismo di Sicilia un consenso ampio ed indiscutibile.
Per quanto riguarda Menfi, occorre rifarsi all’apporto elettorale dato alla sinistra dagli ex repubblicani e socialisti, dai comunisti, dal movimento bracciantile aderente alle organizzazioni guidate da Giuseppe Volpe (segretario del Circolo Combattenti) e dallo stesso incanalate prima nell'Associazione Combattenti e Reduci e poi nella Cooperativa Colajanni, al successivo appoggio ed ai legami del Volpe con l'ex interventista e poi fascista On.Angelo Abisso, il quale favorì la confluenza politica nel Fascismo dell'Associazione Combattenti e Reduci di Menfi, all’apporto degli ambienti cattolici e liberali, dei ceti impiegatizi ed in parte di quelli degli artigiani e commercianti: gli intellettuali si divisero.
E Menfi dà un contributo non indifferente al trionfo del Listone : 2.841 voti, e ciò anche se i maggiori suffragi vanno al blocco di “centro e sinistra” (3.423): il regime assume ugualmente il potere nella Città perché i fascisti conquistano 400 seggi parlamentari su 540.
Alessandro Bilello, Giuseppe Rotolo, Pietro Palminteri, Bilello Palagonia Leonardo, Antonino Valenti, Vincenzo Bivona, Domenico Bucalo, Calogero Pumilia sono solo alcuni dei più noti antagonisti al fascismo cui invece aderiscono subito Loperfido, Alfredo Viviani, Giuseppe Tito, Giacomo Napoli, Vincenzo Giglio, Francesco Buonasorte, Rosario Buscemi, Antonino Giglio, Tommaso e Francesco Bucalo, Rosario Li Petri, Saverio Napoli, Vincenzo Ognibene e molti,  molti altri noti menfitani.
Al nuovo clima non tutta la Città si adegua, non pochi ambienti ne sono indifferenti ed estranei, però le parate ed i comizi sono affollati

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Corteo e parata fascista a Menfi nel 1938
 

Ho avuto la fortuna di consultare parte della documentazione privata dell’epoca, dalla quale emerge l’ostilità dei sodalizi locali determinati a non aderire alle strut-ture ludiche del Regime (documenti che abbrevio con la sigla AG, numero di archivio ed anno relativo).
Infatti : Da Comando Centuria “Al Comando Legione MVSN Agrigento … Questi su menzionati circoli (Unione e Operai già Cavallotti) a quanto pare sono stati recentemente invitati ad aderire alla locale Sezione del Dopolavoro, cosa che non hanno fatto o se pure uno sparutissimo numero di soci del Circolo Operai ed invece in questi giorni i soci dei due circoli si sono iscritti in massa a questa Sezione della Lega Navale Italiana,ove i dirigenti di essa sono persone contrarie alle direttive della locale Sezione del P.N.F. Quindi come si vede nel 1929 Anno VII° dell’Era Fascista si deve ancora assistere a simili camarille politiche, che occorre stroncare subito. Prego quindi codesto Comando voler promuovere una inchiesta politica e far si che queste beghe politiche di elementi estranei al P.N.F. abbiamo a cessare. Con l’occasione mi pregio informare che a mezzo della locale Tenenza dei RR. CC. questo Circolo Unione è stato diffidato da S.E. il Prefetto di aderire entro il giorno venti andante alla locale Sezione del Dopolavoro caso contrario verrà ordinata la chiusura del locale. Da informazioni assunte ho potuto sapere che il Circolo non farà adesione pur assoggettandosi alla chiusura ma passando così in blocco alla Lega Navale”. (AG 18-1929)
Nessuna sanzioni risulta essere stata adottata nei confronti delle amministrazioni dei Sodalizi.
Così, anche le piccole beghe locali sono denunciate dal Comando della Centuria alla Legione agrigentina del Movimento Volontari per la Sicurezza Nazionale, come le pubbliche intemperanze scaturite da invidie personali per le scelte del Regime e le carriere nella gerarchia occasionate dalla nomina del Dr Francesco Buscemi a comandante del Fascio Giovanile di Combattimento in luogo del pretendente Dr.Vincenzo Ognibene che ritenevasi più meritevole; come la denuncia della carente capacità organizzativa del Commissario Straordinario del Fascio Dr.Vincenzo Agozzino che, avendo organizzato una parata in Piazza Garibaldi domenica 6.9.1931 ore 15 in occasione della visita alla Colonia elioterapica da parte del Prefetto Miglio (presso Villa Mauceri di Via Vittoria), non si è preoccupato di chiedere conferma telegrafica di quella visita e di avvisare tempestivamente il Podestà e i convenuti degli Organismi del Regime dei paesi viciniori che il Prefetto invece non sarebbe stato presente, sciogliendo l’assemblea alle ore 19, con  grave disdoro per l’Immagine del Regime.
La denuncia mette in evidenza “.. lo spettacolo assai triste e deplorevole di vedere radunati in prima fila ed accanto al glorioso Gagliardetto del Fascio pessime figure dell’antifascismo. Notavansi e spiccavano le figure del Gr. Uff. Dott. Bivona Santi, colui il quale nell’ultima elezione politica del 1924 per non votare la lista Nazionale Fascista, alla vigilia  delle elezioni partiva per Palermo, lasciando liberi i suoi amici di votare liste contrarie al Fascismo; notavansi (in Piazza Garibaldi alla parata) anche il Cav. Giuseppe Vetrano, diffidato politico, Buscemi Michele di Calogero diffidato politico, il Dott.Moschitta Giuseppe diffidato politico, Risalvato Giuseppe fu Mario diffidato politico, nonché i Sigg.Calcagno Bivona Santo di Calogero e Pumilia Calogero di Giuseppe, il primo disfattista e sottoposto ad inchiesta nel periodo bellico perché propalatore di notizie tendenziose, l'altro ex comunista soprannominato “Lenin”, i quali hanno sempre avversato il Regime sia nelle loro manifestazioni private e sia nelle discussioni intime avute con loro comuni amici, a me noti per essermi stati segnalati dalle due camicie nere di questo Reparto, a me fidate per l’U.P.I.” ( leggi Ufficio Politico Investigativo).
Altro motivo di denuncia alla Legione di Agrigento : “Degna di particolare attenzione è stata una fotografia fatta alle su riferite persone durante l’inquadramento nella Piazza, facenti corona al Commissario Straordinario del Fascio Dott.Agozzino, fotografia fatta a cura di un privato, cittadino americano, certo Ognibene Vincenzo di Gioacchino, quì attualmente dimorante. Ciò segna offesa al S.E. il Prefetto Miglio da parte del Commissario del Fascio Dott.Agozzino, il quale sa che dette persone sono state diffidate recentemente per ordine di S.E. il Prefetto ed invece di tenersi lontano da detti elementi, se li tiene sempre vicino e si fa ora fotografare in loro compagnia”.
La nota così prosegue : “Degno di attenzione è stato anche il fatto che il Gagliardetto del Fascio, domenica scorsa è uscito e rientrato nei locali della Sezione Fascista senza la scorta dei militi prescritta dallo statuto del P.N.F., anzi portato ad uso di bastone...Questi fatti esposti e qualche altro piccolo incidente che giornalmente succede, non fanno altro che sminuire il prestigio del Partito e dare agio ai soliti rimestatori di potere fare delle valutazioni che offendono chi ha nell’animo il vero spirito fascista, quelle fatte di sacrifici e di dovere silenzioso e non di chiassate piazzaiole e di aspirazioni illecite e vergognose. All’ombra del Fascismo, oggi cercano di consolidare le proprie posizioni finanziarie scosse o addirittura naufragate, i padri di quei giovani che volendo giocare all’equivoco con le parole del Duce “”Il potere ai giovani””, lanciano i propri figli alla ribalta ritenendo sufficiente alla loro valorizzazione la loro gioventù……” (AG 30-1931)
Sono fatti e valutazioni che rassegnano una chiara dicotomia -già sin dal 1929 - tra Camicie Nere e Segreteria del PNF locale, per evidenti problemi di “primogenitura”, e che evidenziano soprattutto l’inconsistenza di una vera e propria oppressione fascista in Menfi di cui le figure emergenti d’opposizione - pur diffidate - liberamente partecipano alle pubbliche manifestazioni, durante le quali la rigida ortodossia formale fascista é un optional. La documentazione fotografica che precede dimostra la massiccia partecipazione dei menfitani alle manifestazioni fasciste .

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Cerimonia fascista a Menfi in onore dei reduci

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Gita fascista a Porto Palo 1938
Vero è che alcune persone sono inviate al confino politico perché “incompatibili col regolare corso della vita sociale” (erano indomabili spiriti liberi come Antonino Valenti detto passuluni, Isidoro Fratantoni, Antonino Sanzone detto pulisinu, Giuseppe Bivona, etc.), ed è questa la sola ombra del Regime in Menfi, ma è anche vero che infruttuosi sono i tentativi d’ingerenza e di influenza sia del Fascio che delle Camicie Nere nelle questioni di polizia o, come abbiamo visto, nei confronti dei sodalizi: nessuno subì il manganello o bevve l’olio di ricino.
Semmai le fonti della memoria ricordano gli interventi di mediazione e di pacificazione sia di Padre La Bella (fratello del noto Gerarca), che dell’Arc.Vito Costanza o dello stesso Comandante Don Ninuzzo Giglio, persone di grande sensibilità e bonomia, appartenente quest'ultimo e simpatizzanti quelli con la gerarchia locale.
La notte del 20 novembre 1931 in Via Garibaldi viene ferocemente accoltellata ed uccisa la sessantenne Angela Cusumano detta “La Casolia” piccola rivenditrice di pane, frutta e verdura, petrolio e carbone; tracce di sangue furono trovate oltre che nell’abitazione sullo stipite della porta del retrostante cortile 33 di Via della Vittoria e lungo la stessa via.
L’omicidio ha vasta eco, ed altrettanto lunga quanto vana é la ricerca dell’autore nonostante l’intervento personale in loco del Questore, del Capitano dei RR.CC. e del Commis-sario di P.S.
Vengono fermate circa cento persone, rendendosi così necessario l’affitto di numerosi, idonei magazzini.
Tra i fermati le Camicie Nere Giuseppe Sangi fu Save-rio, in data 21.11.1931,  rilasciato dopo 27 ore, e Antonino Barone di Natale, in data 26.11.1931, rilasciato subito dopo.
L’intervento del locale Comandante la Centuria della Camicie Prof. Nino Giglio presso i RR.CC. in favore delle CC.NN. Sangi e Barone non valse, come sperava a termine degli artt.368 e 369 del Codice Penale Militare (esteso anche agli appartenenti alla Milizia), il loro rilascio che avviene solo quando gli inquirenti esaudiscono come per gli altri i rituali interrogatori e si convinsero della loro estraneità al delitto. (AG 43 e 46, 1931)
Delitto per il quale viene invece ingiustamente tratte-nuto per lungo tempo il concittadino Mario Busterna, ( sol perché fornitore di pane alla vittima ),  riconosciuto poi totalmente innocente con sentenza passata in giudicato.
Al di là del fattaccio di pura cronaca, rilevo quanto nulla influisse l’intervento delle Autorità di Regime nella conduzione delle indagini dei Carabinieri, del resto mai controllate dal Regime stesso.
E dire che il Regime tiene molto a mostrare il volto della normalità e della moralità pubblica omologata dal fascismo, soffocando – spesso senza risultati- il risalto che la stampa dà ad eventi simili.

Anche l’omicidio di Don Eli (Emanuele Di Leo da Sambuca) e del suo fattore in quel di San Vincenzo da parte di Baldassare Calandra non passò del tutto inosservato: ha vasta eco e certosina, non breve indagine.
L’omicidio di Pendola Anna, accoltellata e lasciata sotto i fichidindia della via Porto Palo (già via dei Campi Elisi), rimane però senza spiegazione ufficiale e senza colpevole.
Per il resto non si accanisce il Regime contro gli assembramenti, mentre é inflessibile contro i bestemmiatori procurandone l’arresto, contro i sobillatori ed il pubblico disordine.
Menfi vive anche un quindicennio di giovane ed allegra spensieratezza: teatro, sodalizi e privati convegni tra la gente bene, una vita salottiera negli eleganti palazzi della borghesia terriera e dei colti professionisti che attrae l’attenzione di tutto il circondario, tale da rendere la Città nota come  la Petite Paris.
Sono anni di più contenuta miseria e di nuova speranza : la Colajanni,e poi  la Falce, la conquista della terra, del resto vedremo come le immagini d’epoca messeci cortesemente a disposizione documentino l’entusiasmo nuovo.
Donna Erminia Ragusa vedova Giambalvo (deceduta .in Palermo il 14.2.1943) Image entra a Menfi in calesse, con ampio, piumato cappello, e, coperta da vaporosi veli, getta monetine ai monelli purché acclamino “viva donna Erminia” inanellata fino alle caviglie; ancorché matura è ancora l’animatrice del bel mondo locale.
Image Essa, seguendo la moda del tempo, continua l’opera di beneficenza  pubblica iniziata sin dal 1913, sussidiando –in caso di sposalizio- poveri orfani d’uno od ambo i genitori, con legati di £ 200 depositati in libretti postali.
Maria Sartores e le sue ragazze intrattengono già dal 1925 maturi possidenti ed uomini del Regime in allegri convivi al primo piano del palazzo Imbornone di Via Garibaldi, attuale civico 205 (il piano terra era occupato da uffici comunali).
Titta Sanfratello, Michele Palminteri (c.d. don Michelino kilowatt) ed altri introducono la luce elettrica sostituendo i fanali a petrolio giornalmente azionati da Epifanio Gugliotta: nel 1933 scoppia la centrale di via Leonardo Cacioppo causando la morte del 27nne Giuseppe Gucciardo, del 33nne Salvatore Lupo e del 28nne Gaetano Mattioli.
Più d’una compagnia teatrale recita all’ “Impero”, ricostruito negli anni ’20 da Vincenzo Blundo (l’operazione  allora era stata allora economicamente fallimentare, tant’è che Blundo ritorna in America donde era venuto e, morto sulla nave, viene buttato in mare, all’uso del tempo).
Il “sabato fascista” è ancora dagli attuali novantenni ricordato da alcuni con rimpianto giovanile e da qualche altro con nostalgia politica, altri accenna al “passatempo nel dopolavoro”, i più rammentano “la fame” delle loro famiglie,.
In piazza, le adunate in camicia nera dei piccoli figli della lupa (a 4 anni), dei giovani balilla (a 8 anni)  ed avanguardisti (a 14 anni), giù nell’area dell’attuale villa comunale gli incontri di calcio, alla Colonia elioterapica le esibizioni ginniche delle ragazze (figlie della lupa,  piccole italiane e  giovani italiane), nell’area della stazione ferroviaria gli ultradiciottenni si cimentavano nel percorso di guerra: é tutto un fervore giovanile, “saluto romano”, “libro e moschetto” “tessera del CONI”, confezionato dal Partito che presenta un’Italia militaristica “erede dell’antica Roma” pronta a riprenderne le imprese militari.
Un Partito che a Menfi si presenta in orbace, con fez e stivali lucidi, che lancia le  battaglie :  “la battaglia del grano” e “la battaglia delle bonifiche”per dare più terra e rendere l’Italia autosufficiente, “la battaglia demografica” per preparare 8 milioni di baionette a diventare futuri soldati dell’Impero, nuove braccia per l’agricoltura e popolare le future colonie, “la battaglia delle fedi” per raccogliere metallo prezioso e sostenere gli effetti delle “sanzioni  economiche” imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni per avere invaso l’Etiopia.
Costituito dai Fasci di combattimento, il PNF ha il seguente ordinamento nazionale e territoriale:
-   Il Direttorio Nazionale, Presieduto dal Segretario del Partito, coadiuvato da: tre vice Segretari, da un Segretario amministrativo e da otto componenti, nominati e revocati dal Duce Sua Eccellenza il Cav.Benito Mussolini su proposta del Segretario del PNF;
-Il Consiglio Nazionale, presieduto dal Segretario del Partito, è costituito dal Direttorio Nazionale, dagli Ispettori del PNF e dai Segretari federali;
I Fasci di combattimento sono territorialmente inquadrati in Federazioni nelle province del Regno, nei Governi dell’Impero, nelle Province della Libia e nei possedimenti delle Isole Egee; a capo di ciascun Fascio di Combattimento è posto un Segretario Federale nominato direttamente dal Duce su proposta del Segretario del PNF.
A sua volta il Federale Segretario politico è collaborato da un Direttorio con funzioni consultive ed esecutive del quale fanno parte, oltre che il Vice e l’amministrativo, il Segretario del Gruppo dei Fascisti Universitari, il Vice Comandante federale della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) per i Giovani fascisti, il Vice Comandante federale della G.I.L. per gli Avanguardisti e i Balilla.
Una costola importante dell’apparato Fascista sono le Camicie Nere (Squadristi), che Mussolini aveva inserito a pieno titolo nel Partito con compiti di controllo politico-paramilitare e che costituisce l’ossatura della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale: articolata sul territorio, la Milizia ha il Comando Generale della Coorte a Roma, il Comando di Legione con a capo il Console in ogni Provincia, il Comando della Centuria e del Manipolo in ogni Comune.
I Miliziani si considerano l ‘ “Aristocrazia del Fascismo”, tuttavia di fatto – almeno in periferia - gli incarichi gerarchici sono sovente assegnati dal Partito, causando malcelato malumore specie fra i “duri e puri” come nel caso della nomina del Segretario Franco Buscemi (AG 29,1931) o come nel caso dell’indicazione del Dr. Enrico Palminteri da parte del Comando Centuria al richiedente Comando Legione di Agrigento per la nomina a  Podestà di Menfi; indicazione regolarmente elusa, venne nominato un Commissario solo per intervento del Partito.(AG 10, 1933)
    La Milizia ha compiti di vigilanza interna sul compor-tamento ed il prestigio sostanziale e formale degli appartenenti, ha compiti investigativi ed informativi sulla vita pubblica e privata dei cittadini, sugli aspiranti a farvi parte, sulla condotta e la nomina dei gerarchi e delle autorità civili e militari locali, per i quali  utilizza le Camicie Nere, la Gioventù Italiana del Littorio, i giovani dell’Opera Nazionale Balilla: una struttura ibrida, senza poteri reali,  sospesa tra “polizia interna e innocua, strana OVRA minore” (leggi: Opera di Vigilanza e Repressione Antifascista oppure Organizzazione Volontaria di Repressione Antifascista, è controverso), soffre il complesso d’inferiorità.
    La nostra Centuria é forse demotivata dalla carenza di positive risposte alla sua opera d’informazione e segnalazione; così quando nel luglio del 1933  sui muri del Paese appaiono scritte oltraggiose contro “ l’Arciprete e S. E. il Capo del Governo” le indagini richieste, esperite lentamente e le notizie sollecitate dal Comando la 170° Legione della MVSN di Agrigento, sono formalmente  liquidate “come infruttuose” (AG 37, 1933); così come analogamente negativa  è l’informativa del Comando di Centuria sull’indagine circa una presunta “… attività comunista svolta presso questi premilitari…” (AG, 1931)
    Una comunità quella menfitana che accetta pacificamente e con entusiasmo  di speranza l’impresa d’Etiopia del 1935... si cantava Tripoli bel suol d’amore… e la guerra di Spagna del 1936 : in ambo le circostanze partono parecchie decine di volontari, i primi per realizzare… il posto al sole… e  cercar lavoro, i secondi in quanto miliziani pagati (£ 6 al dì ).
Molti vi lasciano, con la speranza,  la vita stessa! 
Nel 1937 il Regime, in presenza di vasti strati sociali disoccupati ed affamati, istituisce in ogni Comune l’Ente Comunale di Assistenza (ECA) (legge 3.6.1937 n.847), il quale devolve sussidi in natura e poi in denaro; a Menfi gli assistiti sono subito migliaia e tanti continuano ad essere fin dopo l’incipiente guerra.
Sono istituite, per categoria di lavoratori, le Casse malattia e l’Inail.      
Alle legge razziali del 1938, i menfitani sono in genere indifferenti, solo ambienti di sinistra, democratico - liberali e della Chiesa pare siano discretamente ostili ed autori di volantinaggio notturno di condanna.
L’amministrazione comunale dei Podestà che, a dire del cronista, nel ventennio 1919-1938 pare fosse stata assai poco produttiva, nel 1939, Podestà il Dr. Giuseppe Tavormina (1937-1941), realizza grandi opere.        
Riportiamo in sintesi l’articolo di pag.6 del Giornale di Sicilia del 28 giugno 1939-XVII :
“ Dopo trenta mesi di indefessa attività pubblica prodigata dal Podestà di Menfi Dott. Giuseppe Tavormina… sono state realizzate le seguenti opere : 1) - mac-adamizzazione ad alta compressione delle seguenti arterie cittadine, via della Vittoria, via Imbornone, via C.Ognibene, via A.Ognibene, via Collegio, via Fenice, via Garibaldi, via del Soccorso. Totale mq.15.680; 2)- sistemazione vie di campagna con rinnovamento generale del selciato e costruzione di piattaforme in calcestruzzo in corrispondenza dei corsi d’acqua più importanti, via di Caltabellotta, via di Ravidà, via del Cannolicchio. In totale mq. 21.225;
3)- Costruzione dei cordonali e cunetta in pietra di taglio nelle seguenti arterie cittadine, via L.Cacioppo, via Imbornone, via C.Ognibene, vicolo Li Petri, via Agareni.Totale ml. 3.763;
4)-pavimentazione di marciapiedi in quadrelle di cemento ad alta compressione di via L.Cacioppo, via V. Imbornone, via del Soccorso. Totale mq. 2.886;
5)-bitumatura stradale con neobit e granisello marino via della vittoria mq.3.565;
6)-risanamento igienico dei cortili del centro urbano e precisamente: cortile Barbiere, Pozzo buono, Sutera, m.o Aurelio, cortili del quartiere Udienza, cortile Bucalo, Batani e moltissimi altri… costruiti complessivamente ml. 355,25 di fognatura… e sono stati sistemati mq.12.352,75 di pavimento stradale in parte con massicciata in calcestruzzo cementizio e in parte in selciato;
7)-sistemazione igienica del quartiere Udienza con la costruzione di ml. 235 di grande collettore in calcestruzzo e ml. 210 di fognoli minori;
8)-opere murarie diverse e cioè costruzione del percorso di guerra, ricostruzione del Calvario, costruzione di un parapetto al mercato del pesce, fognatura in un tratto di via Libertà ecc. ecc. 
Mercé l’opera zelante del Podestà si è ottenuto da parte dei privati il rinnovamento e la civilizzazione dei prospetti di quasi tutti i fabbricati prospicienti in via della Vittoria e di parecchi altri nella via Garibaldi ed in diverse altre vie.                                  
Devesi altresì all’instancabile opera del Podestà la riapertura del cinema per lunghi decenni attesa dalla popolazione e che oggi dopo le gravi difficoltà superate dalla nobile fatica del Podestà, è un fatto compiuto. Cosa questa che sembrava fino a ieri irrealizzabile. Tutto questo enorme complesso di attività, che ha assorbito una spesa di circa un milione di lire ha fortemente inciso sulle condizioni del nostro cento urbano il quale ne risulta completamente rinnovato non solo nei riguardi della estetica, del decoro e della tranquillità, ma principalmente nei riguardi igienici.
In trenta mesi è stato fatto ciò che non fu possibile fare in venti anni. Altro risultato non meno rilevabile ed apprezzabile raggiunto dall’opera del Podestà è quello della eliminazione completa della disoccupazione in tutto il periodo dello anno.                                                                         
Giova altresì render conto, a maggiore onore del Podestà, che il vasto complesso di opere che abbiamo elencato, non ha impegnato l’amministrazione comunale a contrattazione di mutui essendosi riusciti a provvedere col bilancio ordinario. La parte di opere riguardante il risanamento igienico dei cortili (piaga orribile del centro urbano di Menfi ormai risanata)   è stata sostenuta dagli utenti interessati ma sempre sotto il controllo comunale. …”
La relazione è un po’ auto celebrativa, ma sostanzialmente veritiera.                 
In effetti le condizioni igienico - ambientali e gli aspetti estetico - architettonici del Paese erano quelli del borgo rurale : gli angoli delle strade ed i cortili puzzano di urina e di stallatico, le strade sono quasi tutte prive di manto e di fogne, i prospetti delle abitazioni delle vie sono di conci di tufo come palazzo Pignatelli o di pietra giustapposta come la torre.
Ancora a fine guerra, alcune famiglie vivono nelle attuali grotte del Purgatorio, nei tuguri adiacenti, nei pagliai degli ovili collocati tutto intorno alla Città; l'analfabetismo é altissimo tra i pastori, i braccianti, gli artigianali!
Uno stridore é evidente : da un lato l’entusiasmo popolare suscitato ed organizzato dalla politica nazionale e locale del Regime che ostenta certezze, speranze e potenza, dall’altro le antiche plaghe di stagnante, incoercibile miseria e disoccupazione affioranti presso ogni Comunità.
Nonostante i Podestà si diano da fare colmando la dilagante realtà con la pubblica assistenza e nonostante la più esaltante e rosea propaganda delle varie segreterie politiche del PNF, da quella di  Melchiorre Viviani, ( da quella dell’ Ins. Gaspare Sanfino, Dr. Mario Quidera, Giuseppe Di Stefano, del Dr. Antonino Bucalo e seguenti); la vita sociale della Cittadina si trascina in un’altalenante sequela del discreto benessere della classe impiegatizia e dei possidenti da un lato e della sussistenza assistita della classe jurnatera ed artigianale dall’altro.
Gli eventi esterni alla Città, quelli eclatanti, anche i grandi fatti di cronaca  nera nazionale cioè valgono tuttavia a distrarre l’opinione pubblica locale dal povero tran tran : una cruenta vicenda  appassiona ogni ambiente della vita menfitana.    
Nel 1946 si conclude a Reggio Emilia il processo contro Leonarda Cianciulli ,Image   riconosciuta unica autrice di alcuni sconvolgenti assassini che impressionano l’Italia tutta e Menfi in particolare.
Leonarda Cianciulli é variamente chiamata la strega di Correggio, o la saponificatrice di Correggio.
Nasce a Montella di Avellino nel 1893 da Emilia di Nolfi e Mariano Cianciulli; Lei stessa così descrive la sua infanzia : “Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me l’attenzione che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava perché non aveva desiderato la mia nascita. Ero una bambina infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto sempre con l’intenzione di morire e mangiai due cocci di vetro : non accadde nulla”.
Nel 1914 sposa Raffaele Pansardi, impiegato dell’Ufficio di Registro, e si trasferisce ad Ariano (Alta Irpinia).
Quando a seguito del terremoto dell’Irpinia del 1930 la loro casa viene distrutta, si trasferiscono a Correggo di Reggio Emilia. Qui, grazie al risarcimento per i danni del sisma ed al commercio di abiti usati condotto da Leonarda, la famiglia si sostiene discretamente.
Leonarda ha 17 gravidanze, ma solo quattro figli erano sopravvissuti, una tragedia umana che segna profondamente la sua esistenza;  il maggiore, Giuseppe, studente universitario in Lettere a Milano e istitutore al Collegio Nazionale di Correggio, da Lei prediletto, avrebbe dovuto partire militare  nel 1939 quando si profila la guerra; Bernardo e Biagio, frequentano il ginnasio e Norma l’asilo.
“Diciassette parti e ben 14 morti, ad ogni gestazione lo stesso arco di speranza : nascono e muoiono, nascono e muoiono. Perché muoiono, perché la morte me li rapisce, come salvarli ? Offrire anima per anima, ad ogni figlio che mi resta, una vittima; solo Dio ed io sappiamo quel che è avvenuto “, dichiarerà al processo.
Per questi figli sopravvissuti occorre propiziarsi Dio e la  Vergine perché facciano cessare ulteriore strage.
Così nella Cianciulli s’insinua il tormento di dover salvare i figli da terribili, allucinate premonizioni, da una umanità malvagia; la sua mente è immersa in un mondo superstizioso e primitivo; c’è in Lei un diffuso scadimento di valori morali tanto da pensare  di ricorrere a sacrifici umani: studia magia, chiromanzia, astronomia, fatture e spiritismo, frequenta cartomanti : “..Non posso sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sogno le piccole bare bianche di quegli altri, inghiottite uno dopo l’altra dalla terra nera…” , confessa.
Leonarda frequenta tre mature amiche, donne sole: Faustina Setti, Francesca Soavi e la nostra Virginia Cacioppo; alle  stesse tende lusinghiere trappole seguendo lo stesso schema; ad una ad una, in modo abietto, le sopprime; si impossessa dei loro vestiari e risparmi; fa scomparire i corpi.
Alla Setti, la più anziana, dice di averle trovato un marito a Pola, così consiglia di vendere tutto raccomandando di non parlarne ad alcuno perché avrebbe potuto scatenare delle invidie. Quando Faustina si recò a casa della Cianciulli per salutarla, ebbe consigliato di scrivere lettere e cartoline ad amici dicendo loro che stava bene e tutto andava per il meglio; terminata “la corrispondenza”, Faustina viene investita da mortali colpi di scure, sezionata, colato il sangue in un catino e… confessò poi Leonarda : “Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica (pece greca, allume di rocca ndA) che avevo comprato per fare il sapone e rimescolai il tutto finché il corpo si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre un poco di margarina e mescolai il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in vi-sita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io”.
Di poi il figlio Giuseppe, sul quale la madre esercita una grande influenza, va a Pola per imbucare la corrispondenza della vittima, diretta ai destinatari con timbro postale esatto; indi  Leonarda vende i vestiti.
Analogo destino tocca alla seconda vittima : Francesca Soave che, stanca della monotonìa di Correggio, accetta con entusiasmo la proposta della Cianciulli di un lavoro in un Collegio femminile di Piacenza.
Quando Francesca si reca da Leonarda per salutarla, scrive le due solite  cartoline alle amiche per annunciare il suo allontanamento da Correggio senza indicare la sua destinazione, indi viene consumato il delitto secondo lo schema già collaudato; l’assassinio frutta alla serial killer 3000 lire ed il ricavo della vendita dei beni, mentre Giuseppe parte per Piacenza per imbucare le cartoline.
Alla nostra Virginia Cacioppo vedova Fanti, cinquantatreenne, ex cantante lirica di discreta fama,Image costretta a vivere in miseria e nella nostalgia del proprio passato di artista, la  Cianciulli propone il lavoro di segretaria di un impresario teatrale suo antico amico, a Firenze, raccomandandole, come al solito, di non comunicarlo a nessuno : Virginia mantiene il segreto ed il 30 settembre 1940 si reca a casa della “benefattrice” che garantisce (dalle confessioni): “Vedrà che si troverà bene a Firenze, e presto il mio amico le procurerà una scrittura. Ecco, scriva qui l’indirizzo del mio amico… un momento vado a prenderlo.”, al ritorno Leonarda ponendosi alle spalle uccide la Cacioppo a colpi di scure, disseziona il cadavere e mise i quarti nel pentolone; (dalle confessioni) : “…la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori : quella donna era veramente dolce”.
La cognata della Cacioppo che aveva visto entrare Virginia nella casa della Cianciulli, insospettita dell’improvvisa sparizione e della vendita dei vestiti, informò la Questura di Reggio Emilia che – sulle tracce di un Buono del Tesoro di Virginia presentato all’incasso presso il Banco di San Prospero da Don Anselmo Parroco di San Giorgio a Correggio- seppe da quest’ultimo che il buono gli era stato dato da Abelardo Spinarelli amico della Cianciulli a saldo di un debito.
Leonarda Cianciulli, capelli a piegoline, dai piedi e mani piccole e grasse, è arrestata assieme al figlio Giuseppe, e per questo è disperata, vede il figlio accusato di favoreggiamento dal Pubblico Ministero in pericolo, confessa senza fare resistenze i suoi tre delitti, con ogni particolare di tempi e modi.
Polizia e Magistrati sono increduli che una donna anziana, bassa e grossa potesse da sola aver compiuto quelle efferatezze: al processo (1946) Giuseppe dichiara di avere solamente spedito le lettere senza conoscere la verità, sarà creduto ed assolto – però - per insufficienza di prove.
Leonarda difende con tutte le sue forze il figlio, dichiarandosi unica responsabile della mattanza e pronta perciò a dimostrare che lei, da sola, era in grado sezionare un cadavere e metterlo a bollire: ” Datemi una cadavere, una sega e i coltelli che mi avete sequestrato e vedrete che lo posso fare in un quarto d’ora” disse, e l’esperimento fu eseguito.
Davanti al Magistrato, all’Istituto di medicina legale fu portato il cadavere di un barbone e gli attrezzi richiesti, e, cronometro alla mano, Leonarda spoglia la salma in un minuto e cinque secondi, poi squarta il cadavere in nove parti, segando ossa, tagliando con il forbicione tendini e cartilagini, e scontornando con la punta del coltello gli arti da staccare:  mise tutto nel pentolone entro il tempo stabilito.
Mentre il processo, celebrato il 2 giugno 1946, stava per concludersi, dalla folla una donna si presenta al Presidente agitando un giornale del 1933 : è Adele Ulivi la quale dichiara che anche la propria madre è stata una vittima della “saponificatrice di Correggio”, era scomparsa con il proprio peculio. 
Leonarda Cianciulli viene riconosciuta unica autrice dei tre delitti continuati ed aggravati, é condannata a trenta anni di reclusione e tre anni di manicomio giudiziario di Aversa e di Pozzuoli; in carcere scrisse, lavorò ad uncinetto e cucinò biscotti che nessun volle assaggiare.
Morì il 15 ottobre 1970 di apoplessia cerebrale nel manicomio giudiziario di Pozzuoli a 78 anni; viene sepolta in una tomba comune per impedire di individuarne la tomba.
Al processo emergono le responsabilità di Don Anselmo : la Cianciulli aveva confessato di avere affidato a questi i gioielli sottratti alle vittime, messi in una scatola di latta incastrata in un blocco di cemento, il Parroco confessa il luogo della refurtiva : la cassetta delle elemosine di Vezzano sul Crustorio, là i gioielli sono rinvenute ancora con le tracce di sangue; Don Anselmo é condannato per favoreggiamento e ricettazione.
Ritorno alle grandi questioni della storia nazionale, quelle che hanno avuto ripercussioni gravi per la nostra Comunità.
Il 10 giugno 1940 l’Italia fascista entra in guerra a fianco della Germania nazista e del Giappone imperialista, e, nonostante la mancanza di mezzi bellici adeguati che la propaganda aveva invece ingigantito, attacca alle spalle la Francia la cui resistenza blocca le truppe italiane: bisognerà attendere la resa della Francia  alla Germania perché l’Italia ottenga qualche lembo di terra in Savoia.
Nell’ottobre 1940 l’Italia tenta l’avventura balcanica ed attacca la Grecia partendo dall’Albania : ma le nostre truppe vengono sconfitte sui monti dell’Epiro; solo l’intervento dell’alleato ci evita il disastro. Analoga cosa avviene in Africa, il soccorso dell’alleato tedesco salva momentaneamente le nostre truppe.
La primavera del 1941 presenta Germania e Italia padrone d’Europa ed Africa settentrionale : da Varsavia a Parigi, dalla Norvegia alla Libia.
Il 22 giugno 1941 il formidabile esercito germanico, - 3 milioni di uomini - 10 mila carri armati - 3 mila aerei- attacca l’Unione Sovietica, rompendo il patto di non belligeranza.
L’Italia concorre all’Operazione Barbarossa  in URSS inviando l’ARMIR (Armata Italiana in Russia).
Presto i destini della guerra volgono però al peggio per l’ASSE, anche per l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti.
La battuta d’arresto nella battaglia area d’Inghilterra, la disastrosa resistenza e sconfitta di Stalingrado e  del Don, la cacciata dall’Africa degli italo-tedeschi nella metà del 1943, preludono alla sconfitta degli eserciti dell’Asse; l'Italia prende coscienza della tragedia : i bombardamenti delle Città, la gravissima crisi economica che genera fame e disperazione, gli scioperi che paralizzano il Paese, lo sbarco delle truppe americane in Sicilia (10 luglio 1943), maturano gli eventi del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 che toglie ogni potere al Duce, il quale viene arrestato per ordine del Re.
Il 21 maggio 1943 un aereo alleato venuto  forse da Malta, si dice su informazioni locali, bombarda il deposito carburanti ubicato nell’attuale atrio “Danna” di porta Castelvetrano, ma lo spostamento d’aria spinge le bombe sul quartiere nord della Chiesa Maria SS.Addolorata (Camposanto nuovo) causando una carneficina umana.
Muoiono 21 persone : Bruno Margherita di anni 63, Marrone Gioacchina di anni 5, Giarraputo Maria di anni 29, Vetrano Francesca di anni 5, Bonacasa Antonina di anni 22, Libasci Pietro di anni 5, D’Alessandria Caterina di anni 65, Mandracchia Liboria di anni 15, La Sala Francesco di anni 35, Alongi Giuseppa di anni 27, Vetrano Silvestro di anni 11, Cusumano Rosa di anni 43, Li Petri Liboria di anni 81, Mulè Ninfa di anni 2, Libasci Giovanna di anni 8, Sutera Leonarda di anni 48, Perricone Giuseppe di anni 6, Libasci Margherita di anni 1, Giarraputo Leonarda di anni 31 e Vetrano Antonino di anni 15.
E questi non sono le sole vittime civili della guerra a Menfi.
La sera del  9 luglio 1943, in contrada Stoccatelo nella proprietà Bilà, un aereo alleato, forse attirato dai falò della comitiva, bombarda l’abitazione rurale causando 8 morti : Cacioppo Pellegrino nato 9.4.1904, Prestia Maria nata 8.1. 1899, Prestia Domenico nato 17.11.1903, Alesi Saverio nato 18.6.1927, De Gregorio Giuseppa nata  8.5.1916, Bilà Ascanio nato 23.4. 1926, Costa Pellegrino nato 26.11.1921, Cancila Carmelo nato il13.4.1904, mentre nelle varie altre contrade muoiono per cause indotte dalla guerra il 20 luglio 1943 Bivona Antonino nato 5.1.1925 e Buttafuoco Antonino nato 14.3.1927; il 27.7.1943 muoiono Alonge Antonino nato  28.11.1890 e Calcagno Maria nata 12.1882, infine l’8 agosto 1943 Piccione Gaspare nato  26.9.1934 ed il 18. 8. 1943 Raia Giuseppe nato 9.5.1930 .
Sempre in luglio del ’43, viene mitragliato da un aereo alleato Pellegrino Cacioppo intento a raccogliere cotone nella sua campagna ubicata lungo la strada Menfi - Porto Palo alla  contrada  “ponte a tre luci”.       
Dai fronti di guerra, dal 1941 al 1943, inesorabile la morte coinvolge molte delle famiglie di fanti menfitani; alla Caserma ed al Comune pervengono le notizie del Comando Generale:
-il 17 aprile 1940 l’Artigliere Antonio Pappalardo,
-il 5 novembre 1940 il Sergente Giglio Salvatore di anni 24;
-il 3 maggio 1941 il Tenente Onofrio Cacioppo muore nel corso di una missione aerea;
-l’8 novembre del 1941 il Fante Giuseppe Sciuto di anni 27;
-il 21 novembre 1941 il Fante Gulli Gaspare di anni 27;
-il 27 novembre 1941 il Fante Mirabile Domenico;
-il 6 maggio 1942 l’Ufficiale Vincenzo De Gregorio muore per ferite nell’Ospedale militare;
-il 18 maggio 1942 l’Artigliere Raffaele Biondo di 21 anni muore per gravi ferite;
-il 16 luglio 1942 l’Artigliere Leonardo Di Carlo di 21 anni;
-il 3 dicembre 1942 il Fante Antonio Maceri di anni 20;
-il 5 dicembre 1942 a Spalato il Finanziere GaspareTavormina;
-il 4 giugno 1943 l’Aviere Melchiorre Giancontieri di anni 20;
-il 17 agosto 1943 il Fante Francesco Cusumano di 23;
-il 29 novembre 1943 il Fante Salvatore Alfano di anni 20.
In Città intanto, l’imminente fine della guerra e della resa, induce allo abbandono dei presidi civili e militari fascisti e dei depositi di riso, farina, zucchero, conserve e formaggi che il Regime aveva destinato al razionamento nei magazzini dell’ex cinema impero (attuale cortile di Palazzo Pignatelli), nei cortili di via Mazzini:  si scatenano le razzìe ad opera di  cittadini che in breve  ripuliscono i depositi dei loro contenuti.             
Il 22 luglio 1943 le truppe Alleate entrano a Menfi provenienti da Sciacca : una colonna percorre via Roma, l’altra presidia i punti strategici, occupa la piazza Vittorio Emanuele e prosegue per via della Vittoria.
Una folla festante accoglie i liberatori che dagli autoblindo gettano volantini di collaborazione assieme a caramelle, cioccolato e sigarette : i militari s’insediano a Menfi e Porto Palo.
Appena firmato l’armistizio (8 settembre 1943), il presidio militare alleato  insedia al Comune il Cav. Giuseppe Vetrano che vi resta fino al 1946; esce dall’ombra il Comitato di Liberazione costituito dal Prof. Alessandro Bilello, Giuseppe Rotolo, dallo Avv. Pietro Palminteri, da Bilello Palagonia Leonardo ed altri.
Un’atmosfera di normalità si diffonde in Città, la Guerra, che ha causato 44.400.922  morti, feriti, prigionieri o dispersi, di cui 505.228 italiani, è finita; anche se Menfi ha pagato un prezzo pesante subendo 224 morti compresi  32 dispersi (i più in Russia) ed i morti di Cefalonia, festeggia in via Vittoria ed in Piazza la liberazione dal fascismo e dai tedeschi, espone bandiere e festoni, una diffusa speranza di tempi sereni invade la Comunità..
Incominciano a costituirsi le formazioni politiche .
-il Fronte del Popolo (PCI)
-il Partito Popolare   (DC)
-il Partito Nazionale Monarchico
-il Movimento Sociale Italiano
-il Partito Socialista Italiano
-il Partito Liberale Italiano
-il Partito Socialista Democratico Italiano
-il Partito d’Azione
che innescano accese passioni: comizi, sfilate e qualche sentimento di rivalsa.
Il 2 giugno 1946 sono convocati i comizi per il Referendum e la Costituente, il risultato a Menfi è il seguente :
Monarchia                               Voti  2.680
Repubblica                                  “   3.272
Il Prof. Alessandro Bilello Image ed il Geom. Leonardo Bilello Palagonia  del Fronte del Popolo - PCI, sono democraticamente eletti Sindaci di Menfi rispettivamente negli anni 1946-47 e 1947-52.
Le Loro personalità influenzano fortemente l’indirizzo politico delle classi bracciantili ed artigianali; si contrastano e radicalizzano per un lungo tempo due formazioni: quella della sinistra popolare social comunista e quella moderata, cattolica democristiana, con interpunzioni di tipo nostalgico quali la Fiamma Tricolore di memoria fascista e monarchica della Stella e corona, destinate poi a scomparire.
Per le elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica  del 18 aprile 1848, Menfi così vota :
Corona e leone     Voti    6
Garibaldi supra stella     “    2.887
Stella e corona     “    107
Fiamma         “    524
Movimento Unionista Italiano     “    9
Scudo  Crociato        “    2.211
Bandiera con stemma sabaudo      “    7
Libro croce e pala-Partito cristiano sociale     7
Partito Cristiano Sociale dei Contadini d’Italia 2
Negli anni ’50 l’Italia democratica ed antifascista si avvia verso la ricostruzione morale e materiale grazie anche alla sua intelligente collocazione internazionale in politica estera.
Anche Menfi manifesta vigorosi segni di rinascita, arrivano gli UNRAR ( i pacchi americani alle famiglie più povere), il Comune distribuisce generi alimentari e favorisce l’assistenza in denaro tramite l’ECA, decolla l’iniziativa privata.
 Alla fine del 1954 si registra la seguente promettente realtà (Arc.V.Gagliano, Bibl. S.G. Cat.9554):                     
Superficie agraria e forestale ha 11.321
Abitanti 12.083 (di cui 1 protestante ed 1 ortodosso)
Stato civile:
nati 278 (13 nati morti),  matrimoni 98, deceduti 103,  emigrati 198,  immigrati 242                                 
Imposte:
- Terreni : Imponibile £ 3.395,384 x 100
- Ditte 5421
- Fabbricati : Imponibile £ 6.387,527
- Ditte 340                
Ricchezza Mobile:
Imponibile £ 3.171,295 - Ditte 45                                                                                                         
Ditte Canone acqua : 1271
Agricoltura :
-  Trebbie 12  
-  Trattori  29 
-   Mietitrici 10  
Artigianato:
- Bottai 7 
-  Calderai  2  
-  Calzolai  40 
-  Falegnami 19
- Barbieri  15 
- Maniscalchi  13
- Fotografi   2
- Ditte Appaltatrici Edili  4 
-  Lavorazione canna e vimini  1
    Sarte   6  
    Sarti   21   
Assistiti:dell’ECA 590
-nell’elenco dei poveri del Comune:
-capifamiglia 722, componenti 2.655
Associazioni  7 
Azione caritativa  2 ( S. Vincenzo e Ricovero Mendicità )
Azione Sociale    4
Azione Cattolica
Bracciantato  agricolo 575 unità , con assegni di famiglia 442, senza assegni 133  
Bracciantato industriale  268 unità                                                                           
Commercio:   fertilizzanti, terraglie, salumerie ed alimentari , radio, mobili, legnami, cicli e motocicli, abbigliamento, ferramenti ed elettricità, materiale edile, ferro, cordami ed affini, mercerie, bettole, bar, dolcerie, cartolerie, macellerie, mediatori, generi di monopolio, negozi calzature, negozi tessuti = in totale 208 esercizi  
Consumi: Carne vaccina q.li anno 615 ; suina q.li 216 anno; ovina q.li 20 anno – Pesce q.li 374 anno– Pasticceria q.li 33 anno – Vino hl 358 anno -Gas in bombole 2416 anno             
Industria: 2 Cinema, Soc.Impr.Riunite, Panifici 3, Molini 4, Oleifici 4, Officine meccaniche 5, Tessile 1
Recettività: Locande 3, Stanze in famiglia 2, Fondaco 1
Apparecchi radio N° 800
Trasporti: Autonoleggio 6, Calessi 150, Carri agricoli ed industriali 800, Biciclette 1000, Micromotori 150, Microauto-carri 10, Autocarri 9
Uffici: Pretura, Ufficio del Registro, Ufficio delle Imposte dirette, Comando Carabinieri, Esattoria Comunale, Ufficio di Collocamento, Ufficio Poste e Telegrafo, Ufficio Telefonico
Zootecnia: Cavalli 769, Asini 337, Tori 9, Vacche 492, Vitelli 181, Ovini 7930, Caprini 356, Cani 200, . Pastori 71
Sindacati: Artigiani, Camera del Lavoro, Confederazione italiana liberi sindacati
Sodalizi: Circolo “Alessandro Bilello”, Circolo Universitario, Circolo Unione, Lega Navale “Cristoforo Colombo”, Logge Massoniche.
Una composita imprenditorialità che segna un considerevole grado di sviluppo economico e sociale della Città che mostra ambizioni  culturali e voglia di modernismo e “mondanità”, accogliendo stabilmente, per alcuni anni, la Compagna Teatrale “Giuseppe La Rosa” Image la quale svolge la sua attività comica e drammatica al Cine-Teatro “Impero”, corrente questa seguita da compagnie locali di appassionati, e da estemporanei cultori, si ricordano l’Avv. Vincenzo Ognibene, Calogero Palmeri, Giuseppe Amato, Giuseppe Belmonte, Antonino Titone nella famigerata tragedia shakespeariana “Giulio Cesare”, e, sulla scia di questa -in seguito- molte compagnie giovanili parrocchiali proseguiranno tale tendenza fino agli anni sessanta.
In ogni settore delle vita socio-culturale e della imprenditorialità prepotente emerge il bisogno di scordare gli stenti del passato, ovunque emerge lo slancio innovativo.
L’emigrazione degli anni ’50 e ’60 verso il sud-America, la Germania e la Svizzera determina una significativo flusso di rimesse economiche che sostengono l’economia di centinaia di famiglie e concorrono alla costruzione, per molti, della prima casa.
Cap. VII
La Casa , il Cortile , il Quartiere


La Casa - Dello stato economico, oltre che sociale e culturale delle famiglie, la casa, intesa come abitazione , esprime status e dignità della medesime.
 La famiglia del bracciante abita fino agli anni 1960 un tugurio di uno-due “vani” dei quale la centralità è costituita dalla stalla: il mulo è insieme il mezzo principale del lavoro e del reddito della famiglia; alla stalla sovrastà una pagliera-letto e ad essa –separata da una tenda- s’affianca altro letto; nel vano attiguo, altro letto e la cucina, il WC era mobile e svuotato sulle deiezioni del mulo : la famiglia media é composta da 5,6 unita (dato desunto dalle statistiche dell’archivio comunale): sono forse immaginabili -in tale stato di cose- quali conseguenze ne derivano sotto il profilo igienico-sociale ed ambientale (Cfr. R.Riportella “Pro-memoria”,1996). 
 E’ un retaggio di miserie consegnatoci dall’800, tant’è che ancora all’inizio del novecento, alcune famiglie abitano le grotte sottostanti la Chiesa del Purgatorio e le casupole di fango e paglia del quartiere circostante la fornace Inzerillo.
 I più fortunati hanno qualche spazio per le derrate ed  il forno; tutte queste abitazioni in muratura di pietra e malta bastarda e con pavimenti in terra battuta (solo talora in terracotta acroma), sono collocate nei cortili: esse sono le abitazioni delle famiglie a medio reddito agricolo, degli artigiani, dei commercianti.
 Fino al 1950, é frequente -mi riferiscono fonti viventi della memoria- vedere a sera l’intera famiglia del bracciante sedere attorno ad uno o due “scrozzi” (grandi vassoi concavi di sughero) poggiati sulle ginocchia, ove attingono il pasto principale della giornata.
 Signorili e collocate nelle vie sono le abitazione dei professionisti e dell’imprenditoria agricola.
 Infine, poche alla prima metà, molte  alla seconda metà dell’800, risalgono le strutture abitative di tipo palazziale:
-Via Roma : Palazzo Serafino Palminteri, Palazzo Antonino Giambalvo (già Caserma CC ora casa De Gregorio), Palazzo Vito Bilello (già scuole elementari), Palazzo Ravidà, Palazzo Mattia Cacioppo (c.d. Marchesina), Palazzo Bove Maria Caterina ved. Parrino;
-Via Garibaldi: Palazzo Palminteri Liberatore, Palazzo Imbornone (ex Ognibene), Casa Stalteri, Casa Francesco Blandina, Casa Michele Alcuri, Casa Antonino Prizzi;
-Via della Vittoria: Palazzo Lionardo Morrione (poi Viviani), Casa Notar Valenti (oggi tabacchi Tavormina), Casa Simone Mirabile (oggi Circ. Universitario + Birr.Italia), Palazzo Tito, Palazzo Santo Calcagno, Palazzo Varvaro;
-Via Matteotti: Casa Giuseppe Palminteri, Casa Giglio;
-Via Sac.Blandina : Pal. Marchese Scaletta;
-Via Leonardo Cacioppo: Palazzo Arone di Bertolino (ex Sc. media, ora Zinna ed altri), Casa Leonardo Cacioppo (attuale abitaz. Piazza);
-Via Mazzini : Palazzo Palminteri-Genovese, Palazzo Giglio Messina;
-Via Imbornone : Palazzo Leotta;
-Via Santi Bivona : Palazzo Planeta, Palazzo Santi Bivona
Esse sono il segno del raggiunto benessere economico e sociale : un status symbol che distingue la famiglia borghese.
 In genere hanno accesso da un androne su un lato del quale s’apre uno scalone in pietra od in marmo che introduce al piano nobile ove sono  grandi vani in comunicazione fra loro, con davanzali sulla via di prospetto, dedotti da lastroni in pietra sostenuti da possenti mensole scolpite.
 Le elaborate inferriate spagnolesche e sovente complicate da volute e spirali, opere della raggiunta bravura delle maestranze artigianali non locali, gli stipiti d’accesso ai balconi in pietra tufacea o calcare ingetiliti da sime e sbalzi, i cornicioni di prospetto in pietra; gli interni dai soffitti a semibotte affrescati con ornamenti floreali, con piccole scene campestri o di caccia o di ninfe, i pavimenti di argilla smaltata ornata da elementi geometrici o floreali policromi, la classica alcova talora colonnata ed affrescata, il salone bene col pianoforte, divani e poltrone in stile, sedie di finocchino, tendaggi, portali e mantovane di pesante velluto e damascato, danno all’ambiente ed al proprietario un senso di compiacimento non solamente estetico.
 Dall’androne si accede anche ai magazzini della Casa, utilizzati per il deposito sia delle derrate alimentari occorrenti alla famiglia (olio, vino, conserve varie, legumi) che ai magazzini dei prodotti agricoli (cereali, sommacco, cotone, mandorle, carrube ), le stalle, la legnaia e la pagliera, la lavanderia, tutti deducono quasi sempre in uno spazio interno : il cortile.
 Il Cortile -  é in genere di pertinenza esclusiva del palazzo, ma pure non é  infrequente che sia abitato anche  da più famiglie alle quali sono date in locazione anguste abitazioni di comodo.
 Tutte le abitazioni della Città fino ed oltre gli anni della prima guerra mondiale sono prive di rete idrica interna e  di collegamento fognario: l’acqua potabile é approvvigionata dal pozzo presente in ogni cortile ove anche i servizi igienici scaricano nei pozzi neri contigui al primo; il cortile  raramente  é selciato o cementato, sicché durante la stagione invernale le due cavità  permeano a vicenda  (il tracoma é uno degli effetti patogeni di tale situazione) .
 Una situazione socio-ambientale quella della Casa signorile e quella delle abitazioni del cortile nella quale tutti gli elementi umani convergono e convivono pacificamente, della quale tuttavia il cortile è lo spazio vitale sufficiente a stemperare ogni piccola e grande esigenza.
 Dell’assetto urbanistico ed architettonico della Città, sviluppatasi secondo lo schema ortogonale inizialmente dalla Piazza Vittorio Emanuele (già Piazza Garibaldi) lungo l’asse di Via Garibaldi e Via Soccorso e poi verso lo Stradone ( poi Via Popolo ora Via della Vittoria), il Cortile –esigenza strutturale dello impianto dell’organizzazione socio-economica della Comunità– costituisce per memoria araba  un vero spazio di civiltà.    
 Caratteristico spazio di aggregazione delle società contadine, è stato ed è area di convergenza e sintesi di valori umani : tutti gli abitanti del Cortile hanno in comune la stessa storia di vita, le diversità economiche, sociali e culturali dei singoli, in esso, si stemperano, sicché quì lo “spazio unisce”.
 Il decesso di un abitante del Cortile é dolore di tutti i vicini impegnati nel “cunsulu”; il conforto nelle disgrazie é generoso e spontaneo, così come la nascita di una nuova vita é per tutti un festoso slancio di premure, e  nelle feste la famiglia più bisognosa gode della solidarietà collettiva; persino i nonni sono nonni di tutti.               
 L’immancabile edicola sacra dedotta sulla facciata di una delle abitazioni, esprime il concreto senso del sacro  ed il bisogno di tutela per le famiglie abitanti.
Nel Cortile i ragazzi crescono assieme, giocano, litigano (e con essi anche le famiglie : é fatale!), si emulano e sviluppano una sana socialità.
 Questo micromondo é anche deposito dei carretti, spazio ombroso della ricamatrice, della lavandaia, della lavoratrice della palma nana, stenditoio della vinaccia, della salsa da seccare, del vino da cuocere, della gabbia dei polli e del recinto della capra, angolo sereno dell’arrotino, dello stagnino, del conciatore delle stoviglie d’argilla.
 I  Cortili caratterizzano e danno senso concreto alla stessa civiltà dei quartieri dei quali sono elemento costitutivo, e tutti riconducono alla Città, ai cittadini.    
Il Quartiere - Il cittadino vive dei Cortili, ma si identifica ed appartiene pure ai quartieri : i quartieri della Madonna, del Camposanto Nuovo, della Udienza o Firriatu, dei Casalini, dell’Addolorata, del Purgatorio, etc  danno, come i cortili, senso concreto ad un più ampio spazio di riferimento sociale e civile sia dell’individuo che della famiglia : la Chiesa del quartiere ne é  sintesi indicatrice dell’espressione verbale e materiale.
 I quartieri, quasi si trattasse del casato d’appartenenza, manifestano  l’acuto bisogno del riferimento materiale dello individuo rispetto alle cose, all’ambiente direi all’ambito, il bisogno culturale del suo rapportarsi continuo con la realtà circostante, il bisogno di quel tal precisarsi, che tradisce forse l’intimo timore di disperdersi, d’annullarsi e di essere invece una persona viva: chissà, fors’anche il bisogno di un’incoscia rivalsa sociale.
 Questo bisogno di collegare l’individuo allo spazio che finisce col dare nome ai punti di riferimento materiale, si precisa meglio alla Via della Vittoria i cui incroci o Cantuneri vengono indicati coi soprannomi dell’abitante più noto o della rivendita colà più conosciuta; così la Cantunera di Sbisicchiu, di Pilluni, di la Ccicchiti, di lu Tunnisinu, di Nuciddra etc. : qui lo spazio è ampio, ma pure il rapporto umano non è astratto ma reale e vivo.
 Si é sedimentata nel tempo memoria, comportamenti ed abitudini tipici della Civiltà contadina e della borghesia rurale dei cortili, dei quartieri e delle vie :  avere compromessa la strutturazione viaria (Via della Vittoria) formatasi dopo decenni di pubblici interventi adattativi, ha significato probabilmente la cancellazione dei riferimenti, delle abitudini e dei retaggi umani, falsificando forse anche l’identità culturale della Città.   
 Una Città è ciò che la Comunità ha voluto e vuole che sia : memoria e realtà.
Il risultato degli ideali e delle  realtà strutturali, degli  assetti urbanistici prodottisi nel tempo come espressioni di civiltà e cultura, del volgere di tutte le componenti umane, sociali, politiche, etiche, religiose. Leggere ed interpretare con  visione di sintesi il passato della propria Città, significa apprezzare i contenuti del presente ed attrezzarsi a preparare valide prospettive.
 Più si riesce a guardare indietro, più avanti si vede. (W. Churchil)
VIII
La libera Muratoria a Menfi

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Per la sua specificità e complessità connesse agli aspetti speculativi del pensiero e dello spirito esoterico che la connotano, ma anche perché spesso scarsamente approfondito  quando non anche pervaso da pregiudizi, ritengo che l’argomento  riguardante la  Massoneria, prima di essere affrontato come fenomeno di rilevanza socio-culturale nella sua accezione generale e come fenomeno locale, debba essere preceduto da alcune notazioni fondamentali.
Tali precisazioni riguardano sia gli aspetti della evoluzione e della diffusione storica dell’Istituzione che gli aspetti meramente esoterici del rito, dei principi, nonché l’articolazione dello studio d’approfondimento (i gradi nello Ordine e nei Riti).
Accennerò anche all’organizzazione interna della Loggia,  ed all’organizzazione delle Logge nel territorio.
La Libera Muratorìa si autodefinisce “un ordine al quale possono appartenere soltanto uomini liberi e rispettabili che si impegnino a mettere in pratica un ideale di pace, di amore e di fraternità” .
La Libera Muratorìa, o Società di Liberi Muratori, sorge in Inghilterra nel XVIII sec. sotto forma di unione di maestranze, di “compagnonaggio” fra gli artigiani (scalpellini, muratori, cavatori, maestri d’ascia, fabbri etc.) dediti alle costruzioni delle cattedrali del corrente stile gotico; nasce con lo scopo di unire uomini di buona volontà in una perfetta condotta morale e dare risposte adeguate alle sollecitazioni del bisogno di ricerca dello spirito umano.
Queste Associazioni si riuniscono in luoghi chiamati Templi, mutuando il termine dalle antiche strutture greche e medioevali; ciascuna di Esse costituisce un corpo unitario chiamato Loggia.
Loggia e Tempio sono aspetti ideali e materiali del medesimo “Corpo” costituendo infatti i singoli adepti “Colonne” del Tempio-Loggia in senso trasfigurato.
Il Tempio, inteso in senso esoterico o ideale , è anche da intendersi come il complesso etico che ciascun adepto realizza  interiormente con lo studio e la pratica delle Virtù. 
La prima Loggia Massonica viene fondata in Inghilterra il 24 giugno 1717 dal reverendo James Anderson e dai suoi amici John Desaguliers e Montagu. 
Il giorno di S.Giovanni Battista del 1721 in Londra, una riunione Generale delle Logge (Gran Loggia) emana i Landmarks: il termine ricorda gli “antichi pilastri” che servivano per segnare i confini tra una proprietà ed un’altra, cioè  Costituzioni o regole di condotta morale atte a realizzare il buon comportamento dei singoli,  la dignità collettiva, il rispetto della fede ed il reciproco soccorso, attraverso il simbolismo, ponendosi perciò in contrasto con il pensiero illuminista del tempo che negava ogni valore ai simboli ed alla mitologia..
I Landmarks determinano pertanto sia i confini che nei comportamenti morali e materiali i Massoni non devono superare e sia i confini  tra la stessa Massoneria ed il mondo profano (dei non addetti), rappresentando in tal modo veri e propri  “paletti” dell’Ordine, e fissando in modo permanente i principi immutabili su cui si basa la stessa Istituzione.
Tali principi, in dettaglio, stabiliscono che :
1.  il candidato all’iniziazione, cioè alla cerimonia d’ammissione alla Libera Muratorìa, deve riconoscere un culto universale, cioè quello della legge morale, professato da tutti gli uomini indistintamente, quale che siano le loro opinioni religiose o le loro idee metafisiche;
2.  l’Associazione Massonica è un’Organizzazione che riunisce uomini liberi e di buoni costumi, qualunque sia la loro posizione sociale, la loro religione, la loro nazionalità o la razza;
3. ogni Massone è membro dell’Istituzione Universale, ha diritto d’essere ricevuto in tutte le Logge regolari e di esservi affiliato. La  Massoneria è universale e tutti i Fratelli formano una unica Loggia;
4. i candidati devono essere buoni e pacifici cittadini, avere raggiunto la maturità, essere di buona  morale e reputazione, avere buone maniere e condotta irreprensibile, godere della pienezza delle facoltà intellettuali. I Massoni debbono sottomettersi alle decisioni della propria Loggia e della Gran Loggia;
5. tutti i Massoni sono uguali fra di loro, solo i loro meriti e la loro onorabilità possono stabilire tra essi una   distinzione;
6. le contestazioni tra Massoni debbono, per quanto possibile, essere regolate nella Famiglia;
le discussioni private, specialmente quelle che riguardano la politica e la religione, sono proibite in Loggia, dove non devono regnare che l’amore fraterno e le buone maniere, e dove ciascuno deve cercare di farsi migliore;
8. il Massone deve essere discreto con i profani, conservare il segreto sulle cerimonie massoniche, specialmente per ciò che riguarda la “ parola “ ed i “ segni “ di riconoscimento;
9. ogni Massone, anche l’ultimo apprendista, ha il diritto di partecipare, a mezzo dei suoi rappresentanti nella Gran Loggia, al Governo dello Ordine.
L’articolazione dei Landmarks è più estesa, noi abbiamo riportato le parti più utili al nostro tema.
La moderna Massoneria fa riferimento alle Costituzioni di J. Anderson del 1723 poi dallo stesso modificate nel 1738.
Essa non impone limiti alla ricerca della Verità, anzi garantisce a tutti tale libertà esigendo al contempo da tutti la pratica della “ tolleranza ”, virtù fondamentale  senza la quale è impossibile che Fratelli appartenenti a razze e culture diverse siedano accanto in Loggia per lavorare “al bene ed  al progresso dell’Umanità” nel nome di una stessa Entità Suprema: il Grande Architetto dell’Universo cui ogni adepto deve fare costante riferimento teologico (Precetto morale) .
 E’ quest’ultimo l’aspetto per cui la Libera  Muratorìa non ammette nel proprio seno gli atei.
Agli uomini per i quali la religione é suprema consolazione la Massoneria dice: “coltivate la vostra religione senza ostacolo, seguite le aspirazioni della vostra coscienza ”; la Massoneria non è una religione, non è un culto, persegue l’istruzione laica ed impone di vivere secondo il principio universale ed eterno del “Fai agli altri il bene che gli altri vorresti facessero a te ”. (Precetto Morale)
A coloro che rifuggono dalle lotte e dalle divisioni politiche, la Massoneria dice: “Io proscrivo dalle mie riunioni ogni dibattito politico; sii per la Patria un servitore fedele e devoto, non avrai alcun conto da renderci” (Precetto Morale).
Essa dichiara di lottare ogni forma di ignoranza, chiede ai propri adepti l’obbedienza alle leggi del proprio paese e di vivere sempre secondo onore e giustizia, avendo presente il dovere di perseguire e difendere la libertà  considerata il bene  più prezioso da perseguire, mantenere e difendere come lo strumento di dignità e di riscatto per il progresso del singolo e dell’umanità .
L’Istituzione esclude, per sua natura ideale, il perseguimento di profitti materiali e di vantaggi morali: la solidarietà massonica presente tra gli affiliati si riferisce all’obbligo di alleviare le sofferenza e prevenire i bisogni del fratello venuto in disgrazia, senza arrecare danni e svantaggi ad altri, giacché la fratellanza “consiste nell’educarci, nello istruirci, nel correggere i nostri difetti e nell’usare la maggiore tolleranza per quelli degli altri. La Fratellanza insegna a concedere, non a ricevere “.
Fin quì i principi generali desunti dagli Antichi Doveri dei Liberi Muratori riportati integralmente nelle costituzioni vigenti delle più diffuse Famiglie Massoniche del Mondo, imposti dall’etica esoterica, deducibili dalla corrente pubblicistica in materia.
Per quanto riguarda l’organigramma interno della Loggia (simbolicamente detta anche Officina, cioè  luogo di lavoro, ove si forgia la coscienza, si edifica il Tempio alla Virtù e “si scavano oscure e profonde prigioni al vizio”), esso si articola con un vertice: il Maestro Venerabile, cui si affiancano il Primo ed il Secondo Sorvegliante, l’Oratore ed il Segretario, mentre altri ricoprono funzioni diverse come Tesoriere, Copritore Interno, Copritore Esterno, Maestro delle Cerimonie, Capitano delle Guardie, Ospitaliere etc.
Il Tempio è un luogo ove arredamento ed ornamenti hanno esclusivo linguaggio simbolico: due colonne poste all’ingresso, una con capitello dorico su cui sono posti tre melograni e l’altra con capitello ionico su cui è posto il globo, la corda fratres come simbolo di unione tra i Fratelli, i segni zodiacali a coronamento del cielo stellato, l’ara sacra con su squadra e compasso su vangelo di San Giovanni posta al centro della Sala, il Delta Sacro con la scritta A:.G:.D:.G:.A:.D:.U:. (Alla Gloria Del Grande Architetto Dello Universo) che campeggia sul Baldacchino sotto il quale è posto lo scanno del Maestro Venerabile, il pavimento a scacchi bianconeri ad indicare l’incerto viatico dell’uomo, la sala dei Passi Perduti quale vestibolo all’ingresso, Gabinetto delle Riflessioni ricolmo di massime e di oggetti che ricordano in modo trasfigurato il passaggio dalla vita profana a quella iniziatica e molti, molti altri ornamenti, movimenti, atteggiamenti che vanno scoperti, approfonditi, studiati perché sintesi di un mondo ideale.
Ai piedi dell’Ara, sono collocati la perpendicolare e la livella, il regolo e la leva, la cazzuola, una pietra grezza ed un mazzuolo, una pietra cubica ed il quadro di Loggia riepilogativo degli strumenti: ciascuno di questi, é  mezzo di lavoro dell’Arte Muratoria con valenza simbolica.
Al Tempio ( alias in Massoneria), si è ammessi previa presentazione di domanda garantita da tre Fratelli che assicurano  sulle potenzialità morali del soggetto  e previe ripetute votazioni.
La cerimonia, assai suggestiva e misterica, presuppone una speciale disposizione d’animo del recepiendario giacché è una solenne occasione di passaggio ad una condizione etica e culturale diversa da quella della normalità sociale.
Si è ammessi (alias iniziati) in Camera e Grado di Apprendista Libero Muratore, per passare dopo tempo e prove di maturità a  Compagno d’Arte e poi a Maestro d’Arte: questi sono detti Gradi Simbolici.
Sono evidenti, quì, non solo le terminologie del mestiere dei muratori, ma anche il vestiario prescritto per ciascuno di tali gradi: un grembiule nero bordato bianco con la bavetta triangolare  bianca rialzata per l’Apprendista, un grembiule di pelle bianca con la bavetta nera abbassata per il Compagno, un grembiule  bianco bordato e foderato di rosso con le lettere M:. B:. in rosso per il Maestro:  il grembiule simboleggia il lavoro e  la fatica operosa dell’uomo, così come i guanti bianchi simboleggiano il candore delle mani che un Massone deve tenere sempre pure.
Tale simbolismo, ma anche tutta la ritualità, dall’iniziazione ai gradi superiori, è teso al lavoro di “dirozzamento della pietra grezza perché divenga una pietra levigata”, perciò oltre i gradi simbolici di Apprendista, Compagno e Maestro è possibile intraprendere percorsi diversi di speculazione esoterica accedendo ad uno dei vari Riti, per approfondire i meandri della conoscenza e perseguire la Virtù e la Perfezione.
Il più noto e diffuso in tutti i Continenti è il Rito Scozzese Antico ed Accettato, seguono poi quello Simbolico, quello di York, quello dell’Arco Reale, quello egizio di Memphis e Misraim etc.etc.
Nel Rito Scozzese Antico ed Accettato, dai Gradi simbolici già noti di Apprendista, Compagno e Maestro, si passa a quelli “capitolari” che vanno dal quarto di Maestro Segreto al diciottesimo di Principe di Rosa Croce, poi ai Gradi “filosofici” che vanno dal diciannovesimo di Gran Pontefice al trentesimo di Cavaliere Grand Eletto Kadosch e, quindi, ai Gradi “amministrativi” che vanno dal trentunesimo di Grande Ispettore Inquisitore e Commendatore al trentatreesimo di Sovrano Grande Ispettore Generale.
La successione nei gradi presuppone anzianità nel grado  e maturità etica; essa presuppone anche una cerimonia iniziatica per ogni grado.
Per quanto riguarda l’organizzazione delle Logge sul territorio nazionale (ad es. quello Italiano), essa è incentrata nel “Grande Oriente” che è una federazione di diversi Riti, mentre la “Grande Loggia” o “Potenza massonica” è la federazione di tutte le Logge obbedienti al Grande Oriente il quale, a sua volta, ha -o meno- il riconoscimento giuridico della Gran Loggia Madre d’Inghilterra cui tutti i Grandi Orienti del Mondo fanno riferimento e dalla quale ambiscono essere riconosciuti e divenire “ regolari” .
In genere sia i Riti che le Istituzioni massoniche sono riferiti ed accettano presenze solo  maschili escludendo le donne; tuttavia molte di Esse ammettono le donne ai lavori di Loggia ed altre giustificano presenze di Logge femminili contigue ( le cosiddette “Stelle d’Oriente”).
Tale diversità di comportamento tra alcune Obbedienze più integraliste e quelle più egualitarie è dovuta ad argomenti di puro valore simbolico, le prime infatti ritengono che l’iniziazione è esclusivamente di tipo Solare (cioè maschile) e non Lunare (cioè femminile).
Le articolazioni territoriali dell’Ordine Massonico delle varie Obbedienze, hanno strutture Collegiali di riferimento regionale cui fanno capo amministrativo le varie Logge, mentre per quanto riguarda i Riti ritroviamo nello stesso territorio i Sovrani Tribunali, gli Areopaghi ed i Capitoli che seguono il concetto di successione dei gradi: Capitolo dal 4° al 18°, Areopago dal 19° al 30°, Sovrano Tribunale dal 31° al 33°.
Dal punto di vista storico, la  Massoneria già nel Settecento stesso si diffuse in tutta l’Europa accolta con entusiasmo presso i Principi ed salotti illuminati e colti degli Enciclopedisti; talvolta Essa venne anche ferocemente avversata perché fomentava idee liberiste, ritenute dannose ai poteri del centralismo assoluto di molte monarchie e perché essendo chiuse al potere profano innescava il sospetto della cospirazione antigovernativa.
Alla metà del 1700 la  Massoneria penetra nel Regno di Napoli al seguito delle truppe mercenarie, ma fu subito bollata -con scarso effetto- da un Editto di Benedetto XIV e dallo stesso Carlo VII di Borbone che emana contro i Liberi Muratori l’editto del 2 luglio 1751 “Interdica muratorum conventicola”.
Diventa di moda nella Napoli bene dei nobili, ecclesiastici, letterati, avvocati, negozianti, e, nonostante avversata dal Ministro Tanucci perché ritenuta a ragione giacobina, è incoraggiata dalla Regina  Maria Carolina che, nemica del Tanucci, favorì il diffondersi delle Logge regolari : la prima di esse ( Les Zelés, gli zelanti) venne riconosciuta dalla Gran Loggia d’Olanda con patente del 10 agosto 1763.
Ancora a Napoli, tuttavia, re Ferdinando IV, allarmato per la progressiva diffusione nel suo regno delle dottrine filosofiche degli Enciclopedisti francesi –contigui alle idee massoniche-  emana il 12 settembre 1775 un editto contro la Libera Muratorìa; tale divieto  rinnova il 3 novembre 1789 preoccupato dalle vicende della Rivoluzione Francese e dal pericolo che possono rappresentare le Logge se trasformate in club politici : le Logge del reame sospendono per alcune decenni la loro attività per la stretta sorveglianza poliziesca.
Venuto meno il dominio borbonico nelle due Sicilie, la Libera Muratoria riprende forza e vigore penetrativo.
Da Napoli alla Sicilia, allo Stato Pontificio, al Regno di Piemonte, al Lombardo-Veneto etc, la Massoneria già ai primi decenni dell’Ottocento si diffonde in tutta Italia.
In Sicilia si ha notizia delle  prime due Logge massoniche sin dal 1751 a Palermo, una formata da nobili e prelati, l’altra da mercanti stranieri; di un’altra installata sempre in Palermo si ha notizia nel 1762-63 ed è denominata “San Giovanni di Scozia”; a Messina la “dé Costanti” è fondata il 14 aprile 1765, a  Siracusa la “Damone e Pitio” è del 1830.
E’ in Sicilia che si ha la doppia appartenenza ed iniziazione, quella nella Massoneria e quella nella Carboneria, divenendo in tal modo la Massoneria attiva ed organica nel tessuto rivoluzionario delle fasi preunitarie.
Una scelta questa seguita da moltissimi massoni laici e clericali, monarchici e repubblicani  dell’Italia risorgimentale, massoni sovente perseguitati, imprigionati, giustiziati e qualche volta tollerati; da tali circostanze storiche è derivato la necessità della segretezza in massoneria, segretezza che nell’attuale età democratica si è trasformata in discrezione, riserbatezza (le liste dei massoni d’Italia del Grande Oriente sono pubbliche e depositate presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, presso la Presidenza della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, presso la Presidenza della Corte di Cassazione).
In piena fase risorgimentale e con l’intento di riunire Fratelli di altissimo rango politico e sociale impegnati nei più complicati meccanismi militari, politici, economici e diplomatici, sorge in Torino la Loggia Propaganda cui aderiscono gran parte dei Padri dell’Unità d’Italia.
Non mi soffermo sulla Loggia Propaganda 2, sciolta alcun decenni fà dal Parlamento, perché storia recente di una escrescenza cancerosa da un corpo sostanzialmente sano.
Oggi la Libera  Muratorìa italiana è pubblicamente presente con convegni, giornate di studio, mostre e manifestazioni varie, ha un suo Grande Oriente in Roma regolarmente visitato, festeggia la ricorrenza  del 20 settembre, ricordando in tal giorno (ore 11 del 1870) la Breccia di Porta Pia: la caduta del potere temporale della Chiesa Cattolica, la realizzazione dell’ideale laico dello Stato unitario.
Sono stati proprio gli eventi bellico-risorgimentali a spingere Carbonari e Massoni ad occuparsi della politica fino a divenire numericamente presenti in Parlamento.
Gli strappi politico-parlamentari sulle decisioni fondanti il futuro assetto della scuola, dell’insegnamento della religione, della famiglia, del decentramento amministrativo e della laicità pubblica del giovane stato unitario del primo decennio del 1900, mettono i Fratelli appartenenti al Grande Oriente d’Italia davanti ad una scissione vera e propria: nascono così le Obbedienze che prendono nome delle sedi centrali, quella di Palazzo Giustiniani e quella di Piazza del Gesù
A questi avvenimenti ed a queste Obbedienze  fanno riferimento le due Famiglie massoniche di Menfi.
La prima presenza massonica della quale si hanno prove documentali per il c.d. “Oriente di Menfi Valle del Belìce” è la formazione di un Triangolo (embrionale struttura massonica) avvenuta presso ed alle dipendenze della Loggia Madre “Costanza” all’Oriente di Castronovo di Sicilia Valle del Lico Platani, in data 30 novembre 1922 a cura dei Fratelli Bucalo Antonino, Giuseppe Moschitta e Calcagno Santo.
Tale “Triangolo” viene denominato “I Figli di Hiram” (in onore dell’Architetto progettista e direttore dei lavori di costruzione dell’antico Tempio di Salomone in Gerusalemme ).
Il 27 dicembre 1922, la  Serenissima  Gran Loggia Nazionale con  nota  10760 del Gran Maestro Raul Palermi, approva la costituzione di detto Triangolo, l’operatività del quale dovette avere breve durata,  in correlazione ai divieti ed ai controlli del Regime Fascista che vieta, a seguito delle leggi del 1925, ogni operatività massonica, chiude le Logge in tutta Italia, disperde e processa i vertici delle Obbedienze.
Lo stesso Cav. Benito Mussolini, “bussò più volte alla porta del Tempio” ed altrettante volte venne respinto:  la ritorsione fascista é feroce,  numerosi gerarchi, massoni, scelgono di “collocarsi in sonno” !
Solo alla conclusione della guerra e conseguente caduta del Fascismo riprende in tutta Italia l’attività della Libera Muratorìa.
Del 1945 esiste una “Tavola” (leggi verbale) dalla quale risulta la fondazione, ancora presso ed alle dipendenze della Loggia Madre “Costanza” Oriente di Castronovo di Sicilia di un “Triangolo” presieduto dal Fratello Antonino Bucalo, denominato ancora “I Figli di Hiram” Oriente di Menfi Valle del Belìce: se ne deduce -a conferma di quanto sopra ipotizzato che il precedente Triangolo, non solamente è rimasto inoperoso per le ragioni politiche spiegate, ma probabilmente è stato “demolito” forse anche a seguito di scissione tra i Fratelli, tant’è che tra i firmatari della “Tavola” del nuovo Triangolo non troviamo più la firma di Moschitta Giuseppe che in seguito ritroveremo tra i fondatori dell’altra Loggia menfitana.
Il 7 febbraio 1946 i Fratelli del piedilista del Triangolo “ I Figli di Hiram” deliberano di volersi costituire in Loggia alle dipendenze della predetta Loggia Madre Costanza: la Tavola è sottoscritta da Antonino Bucalo, Giovanni Penna, Rosario Spatazza, Di Graziano Francesco, Collura Calogero, Lombardo Leonardo e Giacomo Napoli segretario.
La  Patente di Costituzione di detta Loggia è emanata dalla Loggia Madre Costanza di Castronovo di Sicilia in data 15 febbraio 1946 Era Volgare; il Grande Oriente d’Italia, cui obbedisce la neo-Loggia, con Decreto del 19 giugno 1947 conferisce il riconoscimento giuridico - massonico.
Avvenimenti di carattere nazionale interni alla Famiglia del Grande Oriente d’Italia, pare avessero determinato una lunga paralisi delle Logge e perciò la stasi dei lavori dei “Figli di Hiram” che venne disciolta.
Solo il 13 dicembre 1971, la Loggia riprende la propria attività ricevendo il decreto di ricostituzione 119/LS con piedilista di 10 fratelli, cioè
1.  Giovanni   Penna
2.  Antonino   Bonacasa
3.  Abruzzo   Alessandro
4.  Lombardo   Leonardo
5.  Palminteri   Stefano
6.  Mulé   Michele
7.  Spatazza   Rosario
8.  Vascellaro   Calogero
9.  Monaco   Michele
10. Rinaldi   Giuseppe
Il 13 settembre 1972  la  Massoneria Italiana del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani riceve il riconoscimento di “regolarità” della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, considerata la Loggia Madre di tutte le Obbedienze.
L’altra Loggia di Menfi è intestata al massone  “Leonardo  Cacioppo”, figlio della storia risorgimentale della Città.
Tale Loggia installata nel 1945, obbedisce alla Massoneria Italiana cosiddetta di Piazza del Gesù; Essa é però già operativa nel 1944, epoca nella quale gli iscritti lavorano ospitati dalla Rispettabile Loggia “Garibaldi” all’Oriente di Palermo.
Allora il piedilista della Leonardo Cacioppo era formato da:
-  Moschitta Giuseppe
-  Leonardo Romano
-  Alfredo Viviani
-  Francesco Cacioppo
-  Domenico Genovese
-  Enrico Palminteri
-  Vincenzo Varvaro
ed il versante  nazionale di riferimento della Massoneria di Piazza del Gesù e, ovviamente, della “Leonardo Cacioppo” è ancora la Gran Loggia Nazionale, altra famiglia massonica parallela a quella di Palazzo Giustiniani, la cui sede Centrale è stata trasferita a Villa Medici in Roma, per avere  lo Stato Italiano ottenuto per sentenza il Palazzo Giustiniani.
Altra presenza massonica di Menfi, è costituita –allo stato - da  un modesto gruppo di liberi muratori appartenenti alla Gran Loggia Regolare d’Italia: per comprenderci l’Obbedienza fondata dall’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Prof. Giuliano Di Bernardo, ancora poco diffusa sul territorio giacché di recente formazione.
In complesso circa ottanta Fratelli che operano separatamente, anzi non si riconoscono fra loro essendo già i Vertici delle rispettive Obbedienze in contrasto.
E tuttavia, mentre le terminologie, il simbolismo, il rituale dei lavori della R:.L:. “Leonardo Cacioppo” sono in tutto sostanzialmente analoghi a quelli già esaminati per la R:.L:. “I Figli di Hiram“, l’organizzazione sul territorio della prima è invece incardinata sulla figura dell’Ispettore Provinciale e  su quella del Delegato Magistrale Regionale; allo Zenit di Roma le cariche di vertice, cioè quella di Gran Maestro e di Sovrano Gran Commentatore (rispettivamente relative cioè  all’Ordine ed al Rito) sono tenute  dalla stessa persona.
Il rigore morale cui obbliga debba sempre ispirarsi il comportamento civile dei Massoni, lascia i medesimi liberi delle loro scelte ed appartenenze sia religiosa che politica ; così si sono avuti e si hanno prelati valdesi, evangelici, anglicani e protestanti, nonché credenti maomettani, buddisti, scintoisti, taoisti, confuciani, cristiani maroniti ed israeliti massoni che talora siedono accanto nella stessa Loggia in virtù dello spirito di reciproca tolleranza.
Né i Massoni sono estranei nel mondo politico, anzi molti Presidenti e quasi tutti i Vice-Presidenti USA sono stati massoni, ed in Italia contiguo è stato il Partito Socialista, quello Liberale, quello Repubblicano e Socialdemocratico, molti democristiani e missini.
A Menfi, non pochi Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali di quasi tutte le appartenenze partitiche sono stati e sono massoni.
Notevole risulta essere stata sia la fattività che probità ed onestà da questi mostrate nella conduzione della Cosa Pubblica.
Desidero troncare quì l’argomento, ritenendo d’aver dato concetti sufficienti per quegli ulteriori autonomi approfondimenti stimolati da interessi culturali e da quella legittima e sana curiosità che sono alla base del sapere e del progresso umano e sociale.
Sento il bisogno, a conclusione degli otto argomenti di cronaca e di storia trattati non esaustivamente e da approfondire certamente, di ringraziare calorosamente chi mi ha dato gli stimoli e le notizie utili ad avviare la ricerca di documenti e di informazioni, nonché tutti quegli anziani che con  passione giovanile hanno dato fondo alla memoria per arricchire quanto ho riferito.
Così  resto memore e grato alla Sig.ra Lina Calcagno Buscemi dalla quale ho appreso un’infinità di notizie sulla Città e sugli eventi d’inizio Novecento, ai “giovani novantenni” Sigg. Francesco Buscemi, Antonino Cantone, Pasquale Sbrigata che mi hanno fornito informazioni circostanziate avvenute durante la loro giovinezza, ai fratelli Sebastiano e Filippo Giglio che mi hanno messo a disposizione preziosi documenti e fotografie, al parente Ins. Lillo Di Cesare che mi donato rari, importanti documenti della Menfi fine Ottocento - inizi Nocevento, al Presidente della Istituzione Culturale “Federico II” Dr. Achille Benigno per avermi consentito di accedere alla copiosa e  pregevole documentazione dell’Archivio Storico della Comunità custodito presso la Biblioteca. 
Ai tanti concittadini sovente disturbati dalle mie  inchieste, la gratitudine  per la comprensione e la pazienza.
Conclusioni provvisorie
Provvisorie queste mie considerazioni finali in quanto non assegno agli argomenti di questo lavoro una valenza definitiva potendo gli stessi essere suscettibili di ulteriori approfondimenti ed ampliamenti.
Ho affrontato i singoli temi inserendoli in più ampio quadro nazionale e regionale per avere un più esauriente riscontro ai fatti ed ai fenomeni locali e per orientare meglio il lettore coi dati ed i principali avvenimenti della storia d’Italia nonché con gli eventi più significativi verificatisi nella Sicilia in quanto riconducibili a quelli locali .
Il lettore ha trovato una costante nello svolgersi della  vita sociale, politica e culturale della comunità : la terra.
Sin dal ‘700, decollo della trattazione di questo lavoro, e tuttora, essa costituisce il vero,  principale portato della storia umana e sociale di Menfi, e pur in presenza di importati flussi storici, quali gli eventi del Risorgimento e quelli del Fascismo, la terra è nello sfondo dell’animo, della mente, della cultura, del costume del nostro popolo.
Da essa germogliano, crescono e si consolidano gli strati sociali, gli stimoli professionali e le vocazioni culturali della comunità, i conati politici ed i fatti amministrativi od anche i fenomeni rivoltosi, tutti hanno ragion d’essere – nel bene e male - nella terra.
Più modernamente tale riflessione su di essa terra è più avvertibile che in passato: il volgere e l’incidere socio-economico prima della Cooperativa Colajanni ed oggi delle Cantine Sociali e del Consorzio Irriguo Basso Belìce Carboj, ne sono le evidenze.
L’evoluzione civile, poi, ha coinvolto più larghi strati della Comunità come riflesso del portato economico che le nuove concezioni colturali e gestionali hanno saputo introdurre nell’Agro specie in quest’ultimo cinquantennio.
In tale ambito, poi sembrerebbe secondario –ma non lo è- ogni altro avvenimento.
A ben guardare, ogni altro fenomeno locale sembrerebbe un effetto diretto od indiretto dell’elemento “terra”, ma in realtà tutti sono fatti e fenomeni importanti.
Così la rivolta del 1820, le figure storiche che hanno dato supporti nelle varie occasioni carbonare e risorgimentali, il versante romantico post-risorgimentale ed unitario dell’Ottocento con le sue produzioni culturali ed i suoi personaggi, gli eventi drammatici delle guerre e del Fascismo, i trascorsi delle prime esperienze  della politica amministrativa etc. non sono fatti secondari, ma fatti storici di notevole rilevanza che nel più generale quadro della vita socio-economica di Menfi costituiscono  i prodromi della contemporaneità.
Il risultato odierno, infatti, è la sintesi ben metabolizzata di tutte le predette evenienze storiche : con le luci e con le ombre : come le occasioni perdute offerteci dal sisma per ridisegnare l’urbanistica della Città, per dare lo sbocco litoraneo e turistico alla Città , o come la perdita degli Uffici statali  decentrati o degli appuntamenti più importanti offerti dalle scelte strategiche della politica nazionale e regionale etc.
Offro questo lavoro alla sensibilità ed alla pazienza di coloro che volessero cogliere nel passato non solo fatti della memoria, ma anche e soprattutto esperienze e riflessioni per spiegare ed apprezzare il presente, ed orientare le scelte future.
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Ultimo aggiornamento ( domenica 12 ottobre 2008 )
 
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